Italia in giallo per Patrick

Aeroporto de Il Cairo, Egitto, 7 Febbraio 2020, ore 4:30 del mattino. Un ragazzo di 27 anni scende da un volo partito dall’Italia qualche ora prima. Torna in Egitto, il suo Paese, per una breve vacanza prima di iniziare il nuovo semestre all’Università di Bologna, dove frequenta il Master “GEMMA” dell’ Erasmus Mundus sugli studi di genere. Nei suoi pensieri, c’è quello di godersi qualche giorno con la sua famiglia, a Mansoura, sua città natale. Tuttavia, quel mattino del 7 febbraio la sua vita sta per cambiare completamente.

Patrick George Zaki è un ricercatore sui diritti umani e attivista egiziano, che si batte in favore dei diritti delle minoranze oppresse nel suo paese e della comunità LGBTI, collaboratore dell’organizzazione non governativa egiziana Iniziativa egiziana per i diritti della persona (Eipr).

Appena sceso dall’aereo, i funzionari dell’immigrazione lo trattengono e gli agenti dell’Agenzia di sicurezza nazionale (NSA) lo bendano, ammanettano e lo interrogano in aeroporto per 17 ore. Patrick viene anche picchiato sulla pancia e sulla schiena, minacciato e torturato con scosse elettriche. Gli viene chiesto del suo lavoro riguardo ai diritti umani e dello scopo della sua residenza in Italia.

Di lui si perdono le tracce per 24 ore, finché non viene trasferito negli uffici della procura di Mansoura il giorno seguente, 8 febbraio, la quale dispone 15 giorni di detenzione preventiva, fermo che verrà prorogato di continuo. Le accuse: “diffusione di notizie false”, “incitamento alla protesta” e “istigazione alla violenza e a crimini terroristici”, formulate sulla base di dieci post, pubblicati nel settembre 2019, di un account Facebook, che la difesa di Patrick considera un fake e che ha negato fosse suo, non dello stesso avviso la magistratura egiziana.

È stato quindi convalidato l’arresto, sulla base di un mandato di cattura contente le accuse di minaccia alla sicurezza internazionale, incitamento a manifestazione illegale, sovversione, diffusione di notizie false e propaganda per il terrorismo, per cui Patrick rischia 25 anni di detenzione. L’iniziativa egiziana per i diritti della persona ribadisce che le accuse sono infondate e che vi sono state irregolarità procedurali, visto che il verbale di arresto è stato fabbricato ad hoc e falsificato.

Il Cairo, 5 marzo 2020: Patrick viene trasferito nel carcere di Tora. Sulla base delle continue udienze convocate e poi rinviate, sul prolungarsi della detenzione preventiva e vista la situazione sanitaria precaria in carcere, aggravata dalla pandemia, Amnesty International, l’Università di Bologna e il Comune di Bologna scrivono una lettera all’ambasciatore italiano al Cairo, Giampaolo Cantini, affinché faccia pressioni sul governo egiziano per la liberazione dell’attivista. Patrick infatti soffre d’asma e quindi è maggiormente a rischio di contagio, in un luogo dove il virus può propagarsi velocemente.

Il Cairo, luglio 2020: dopo numerosi rinvii, si tengono le prime due udienze del processo. Nella seconda, il 26 luglio, Patrick può vedere i suoi avvocati per la prima volta dal 7 marzo. Il 25 agosto incontra per la prima volta anche sua madre, la quale in questi mesi ha ricevuto solo 2 brevi lettere, nonostante le oltre 20 che il figlio le ha scritto dal carcere. La rivede solo il 19 dicembre e a lei confida: “sono fisicamente e mentalmente esausto, non ne posso più di stare qui e mi deprimo ad ogni tappa dell’anno accademico, mentre sono qui invece che con i miei amici a Bologna”.

Dopo 5 mesi di rinnovi quindicinali dell’arresto e di udienze sospese, ritardi dovuti anche all’emergenza Covid, inizia la fase dei prolungamenti di 45 giorni, che secondo la giustizia egiziana possono andare avanti per 2 anni. Così, il 7 dicembre 2020 il giudice della terza sezione antiterrorismo del tribunale del Cairo decide un ulteriore rinnovo per 45 giorni della custodia cautelare. Dichiara Riccardo Noury, portavoce della sezione Amnesty International Italia: “L’obiettivo della detenzione preventiva prolungata è di consegnare un prigioniero all’oblio. Per questo è fondamentale che non si disperdano l’entusiasmo, l’emozione e la solidarietà e che ognuno continui a fare la sua parte”.

È quindi per rendere concrete le parole del portavoce e per continuare a tenere accesa l’attenzione per Patrick, che anche a Brescia e provincia, come in tutta Italia, la sera dell’8 febbraio, ad un anno dall’arresto dell’attivista, verranno illuminati di giallo monumenti e fontane. L’idea è quella di tingere l’Italia di giallo, in un unica grande richiesta: #FreePatrickZaki.

A Brescia, verrà illuminato il palazzo della Loggia, dalle 18:30 dell’8 febbraio fino alla mattina del 9 febbraio. Inoltre, per tutta la giornata dell’8 verrà esposta, sotto il loggiato, la sagoma di Patrick a grandezza naturale, dalle ore 9:30 della mattina, momento in cui si incontreranno il Sindaco Emilio Del Bono, la Vicesindaca Laura Castelletti, il Presidente del Consiglio Comunale Roberto Cammarata e i referenti locali di Amnesty International per chiedere ancora una volta la liberazione di Patrick Zaki.

Inoltre, altri comuni della provincia di Brescia hanno aderito all’azione: il palazzo comunale di Gardone Val Trompia verrà illuminato la sera dell’8 febbraio; presso il Comune di Ome, per tutta la giornata dell’8 sarà esposta la sagoma di Patrick e cartelli con scritto “stop armi all’Egitto”; il Comune di Cologne e il Comune di Passirano appenderanno ai rispettivi palazzi comunali uno striscione per chiedere libertà per Patrick Zaki.

To be continued.

Veronica, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia