CONSENSO: IO LO CHIEDO

9 milioni

1 donna su 20, di età pari o superiori a 15 anni, nell’Unione Europea ha subito uno stupro.

Il sesso senza consenso è stupro

È stupro il mancato rispetto della volontà delle parti.

È stupro se la scelta non è volontaria e non è libera.

Tuttavia la legislazione italiana vigente non accoglie la numerosità di varianti in cui una Violenza Sessuale può presentarsi: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe qualcuno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni”.

Quanto cita l’articolo 609-bis del Codice Penale Italiano presenta un “modello vincolato” di consenso, che ritiene violenti solo gli atti sessuali nei quali ricorrano i vincoli della costrizione, della violenza e della minaccia.

Ma è solo questo lo stupro?

Analizzando la legislazione in merito allo stupro nei Paesi Europei, solo 9 hanno adottato leggi basate sul consenso, un consenso dal “modello puro”, ovvero che va a definire un consenso reale, in quanto variabile, informato ed esplicitato.

Ed è questo che chiede Amnesty International Italia, l’adeguamento della legislazione italiana mediante l’introduzione del principio di consenso volto a garantire giustizia alle vittime di violenza sessuale in tutte le sue forme.

“Avrebbe potuto sottrarsi se davvero non lo avesse voluto”

Il 39,3% degli italiani ritiene che una donna potrebbe sottrarsi ad uno stupro, va di conseguenza che l’idea di violenza sessuale per quasi la metà della nostra società sia distorta e comporti una maggior difficoltà per la vittima ad essere creduta e a ottenere giustizia.

Uno il dissenso lo dà, magari non mette la forza, la violenza come in realtà avrei dovuto fare, ma perché con le persone troppo forti io non… io mi blocco

Queste parole risalgono al 2017, parole di una vittima nel torinese che ha visto assolto il suo aggressore perché secondo la Corte “la donna avrebbe detto solamente “no basta” senza mettersi a urlare (…) non riferisce di sensazioni o condotte spesso riscontrabili in racconti di abuso, sensazioni di sporco o dolori”.

La giustizia ha così definito la presunta violenza subita “un fatto che non sussiste” perché in quel caso “se non urli non è stupro”.

Come eri vestita?

Domanda dalla risposta irrilevante ed estranea a un contesto di violenza, ma che nella storia della giurisdizione ha portato molte vittime a non ottenere giustizia e, nel peggiore dei casi, a non sentirsi degne di lottare per ottenerla.

Tristemente celebre è la Sentenza n°1636 del 1998, anche nota come “Sentenza dei Jeans”. I jeans, perché è stato proprio questo indumento indossato dalla vittima ad essere considerato una prova rilevante a processo. Indumento che per la Corte Suprema risultava “quasi impossibile da sfilare, nemmeno in parte, senza la fattiva collaborazione di chi li indossa” e che ha quindi portato all’assoluzione dell’istruttore di guida 45enne dall’accusa di stupro di un’allieva di soli 18 anni.  

Un caso simile risale al 2017, quando in Irlanda un 27enne è stato assolto dall’accusa di stupro di una ragazza 17enne perché quest’ultima indossava un tanga in pizzo blu e che quindi “se l’era cercata”. La sentenza shock aveva scatenato l’opinione pubblica, dall’hashtag #ThisIsNotConsent sotto fotografie di abbigliamento intimo pubblicate dagli utenti sui social, alle proteste in piazza e alla marcia di 200 persone fino al Tribunale di Cork in cui si è svolto il processo.

L’abbigliamento della vittima non è solo una prova portata a processo, ma rientra a far parte degli innumerevoli pregiudizi intrinsechi nella società in merito alla Violenza Sessuale.

Lo testimonia lo studio ISTAT “Gli Stereotipi Sui Ruoli Di GenereE L’immagine Sociale Della Violenza Sessuale” (25 Novembre2019), in cui il 29% degli intervistati si è dichiarato d’accordo con l’affermazione “Le donne possono provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire”.

Numerose sono le campagne di sensibilizzazione, come la mostra “What Were You Wearing” nata nel 2013 dal Centro di Educazione Contro gli Stupri (Università di Arkansas), che consiste nell’esposizione dell’effettivo vestiario di Sopravvissute a violenze sessuali e mettere così in luce stereotipi diffusi e malsani volti a ledere la credibilità delle vittime.

Non è l’abito che si indossa che causa una violenza sessuale, ma la persona a causare il danno” cita Jen Brockman, ma molte persone ancora non se ne rendono conto.

“Le donne serie non vengono violentate

Questa supposizione è sottile e quasi mai detta esplicitamente, ma capillare sia nell’immaginario collettivo sia nei mezzi di informazione su cui esso si riflette.

La vita privata di una vittima di violenza, se si discosta dal ruolo socialmente definito e accettabile di donna, diventa terreno fertile per attenuanti verso il suo aggressore.

Ne è un esempio recente il Caso Genovese, datato ottobre 2020, in cui una ragazza di 18 anni ha denunciato l’imprenditore di violenza e torture, che è stato poi accompagnato dai racconti di altre vittime, da video dell’aggressione e testimonianze.

Ma nonostante questo largo spazio è stato dedicato alla vita e alla condotta della ragazza in questione, alla sua presunta professione (escort o non escort?), alla droga, l’abuso di alcol e la classica frase “perché ci è andata?”.

Le Sopravvissute cadono così nel mirino del giudizio, punite con processi mediatici che sfociano nel cosiddetto Victim Blaming, ovvero il ritenere la vittima parzialmente o interamente responsabile di ciò che è accaduto, ed è anche per questo che molte vittime non denunciano.

8 donne su 10 non denunciano

Il sesso senza consenso è stupro, e lo stupro è una grave violazione dei Diritti Umani, in quanto lede il diritto inviolabile della dignità umana sancito dall’articolo 1 della Carta di Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

Amnesty chiede l’introduzione del Principio del Consenso nella nostra legislazione per garantire il pieno accesso alla giustizia alle vittime e promuovere così un cambiamento culturale perché sia chiaro che il sesso senza consenso è uno stupro.

Elisa, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia