Colpo di stato in Myanmar e le persecuzioni del popolo Rohingya

Mentre i riflettori di tutto il mondo erano puntati sulle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, domenica 8 novembre 2020 i cittadini del Myanmar sono andati alle urne per votare alle elezioni generali, riconfermando la vittoria di cinque anni fa della leader della Lega nazionale per la democrazia (NLD), Aung San Suu Kyi.

Tale vittoria provocò un grande malcontento all’interno delle forze armate e del loro partito di riferimento, il Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USPD). Tali attriti e tensioni portarono, nei primi mesi del 2021, ad un colpo di stato: il primo febbraio scorso, l’esercito, capeggiato dal generale Min Aung Hllaing, guidò il golpe, dichiarando un anno di stato d’emergenza, interrompendo le linee telefoniche nella capitale Naypyitaw e nella città di Yangon e sospendendo le trasmissioni della televisione di stato. “Tale blackout sulle telecomunicazioni rappresenta una grande minaccia per l’intera popolazione, soprattutto nell’attuale fase pandemica”.

Colpo di stato in Myanmar, capeggiato dalle forze armate e dal generale Min Aung Hllaing

Aung San Suu Kyi, altri dirigenti centrali e regionali del NLD, insieme ad attivisti e difensori dei diritti umani, nonché leader studenteschi furono arrestati.

E’ un momento drammatico per il Myanmar. La situazione rischia di peggiorare. I concomitanti arresti di noti esponenti politici e di difensori dei diritit umani indicano che i militari non tollereranno alcun dissenso nei confronti delle loro azioni

Ming Yu Hah, vicedirettrice delle campagne di Amnesty International sull’Asia

Dopo il primo febbraio, molte furono le persone scese in piazza per manifestare in modo del tutto pacifico contro il colpo di stato e il regime. A seguito di tali manifestazioni, il 28 febbraio le forze di sicurezza del Myanmar ebbero l’ordine di sparare sui manifestanti: 48 sono per ora le vittime accertate.

Manifestazione della popolazione del Mynamar contro l’esercito capeggiato da Ming Aung Hllaing, il generale che guidò il golpe

La crudeltà di tali azioni fu documentata in un video, nel quale, dopo essere stato controllato dagli esperti del Crisis Evidence Lab di Amnesty International, è stato accertato come le forze di sicurezza del Myanmar abbiano fatto ricorso ad armi letali contro la popolazione, a contrario di quanto invece aveva precedentemente dichiarato il generale Min Aung Hllaing: si parla dell’uso del mitra B4-94 o B4-93, una copia prodotta in Myanmar di tipo Uzi.

Deve cessare immediatamente il ricorso eccessivo e ingiustificato alla forza da parte delle forze di sicurezza del Myanmar. Con il prosieguo delle proteste, è fondamentale che sia rispettato il diritto della popolazione ad esprimere disaccordo

Sam Dubberley, direttore del Crisis Evidence Lab di Amnesty International

In modo particolare, il video registra l’istante stesso in cui una giovane manifestante, la diciannovenne Mya Thwe Thwe Khaing, viene colpita nella parte laterale della testa da un proiettile dalle forze armate: ha scarse possibilità di sopravvivere.

Questa però non è la prima volta in cui vediamo il Myanmar al centro di agghiaccianti violazioni di diritti umani.

Le forze armate incaricate di sopprimere le proteste sono le stesse che, secondo Amnesty International, hanno commesso in passato crimini di guerra, a danno soprattutto della minoranza rohingya.

Per capire le persecuzioni subite dalla popolazione rohingya (gruppo di fede islamica, risiedente principalmente nello stato di Rakhine, al confine tra il Myanmar e il Bangladesh), dobbiamo ritornare indietro nel tempo, precisamente al 1948, anno in cui il Myanmar si dichiarò indipendente dall’impero coloniale britannico. Da tale indipendenza, il popolo rohingya rimase escluso: nel 1982 vennero ufficialmente negati loro la cittadinanza, il diritto di voto e limitato drasticamente l’accesso all’istruzione. Tra i diritti che non vennero loro riconosciuti troviamo anche il diritto ad associarsi, a possedere delle proprietà terriere, a spostarsi, ad avere un’identità riconosciuta da un documento e l’accesso alle cure mediche. “Si è giunti a delineare un popolo che c’è ma non esiste, un’umanità negata dalle formalità giuridiche e burocratiche”.

Le attuali forze armate, capeggiate dallo stesso generale che ha guidato l’attuale colpo di stato, che tanto decanta la democrazia, è lo stesso che si è reso, e si continua a rendere, responsabile di crimini contro l’umanità, di uccisioni di massa di donne, uomini e bambini, stupri, e altre forme di violenza sessuale contro donne e ragazze, deportazioni di massa e incendi sistematici dei villaggi.

Un villaggio rohingya nello stato di Rakhine, al confine tra il Myanmar e la Bangladesh

A favore della popolazione rohingya si espresse il Gambia: quest’ultimo, l’11 novembre 2019, ha sporto importanti accuse presso la Corte di giustizia internazionale, sostenendo come il Myanmar si stesse facendo protagonista di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di tale minoranza, e chiedendo alla Corte di adottare “misure provvisorie, per prevenire ogni atto che potesse equivalere o contribuire al reato di genocidio contro i rohingya e proteggere la comunità da ulteriori danni in attesa della sentenza”.

Nonostante allora la delegazione del Mynamar, in quel periodo capeggiata da Aung San Suu Kyi, avesse respinto tali accuse, ritenendo inopportune le misure, la minoranza rohingya risulta tutt’oggi “intrappolata in un crudele sistema di discriminazione istituzionalizzata e promossa dallo stato, che equivale ad apartheid”. Più di 120.000 persone continuano ad essere confinate in raccapriccianti campi di detenzione nello stato di Rakhine, ed essere costrette a fare totale affidamento negli aiuti umanitari per poter sopravvivere.

Quello che sta succedendo contro i rohingya è una vera e propria pulizia etnica: sono crimini contro l’umanità. Amnesty International chiede al comandante in capo dell’esercito del Myanmar di fermare immediatamente tale campagna di violenza.

Quando sentiamo nominare la parola “genocidio” e “crimi di guerra”, la nostra mente ci riporta soprattutto a fatti accaduti durante la Seconda guerra mondiale, in particolar modo alla Shoah. Purtroppo, a distanza di più di cinquant’ anni, tali avvenimenti sono ancora odierni. In quanto persone, dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce, affinché tali situazioni non si ripresentino più, schierarci dalla parte di coloro che quotidianamente si battono contro tali atrocità e che le vivono in prima persona. Anche se la realtà del Myanmar e della popolazione rohingya a livello geografico, è distante da noi, il nostro cuore e la nostra battaglia continua e continuerà ad essere sempre al fianco di tutte le donne, i bambini e gli uomini che subiscono ogni giorno persecuzioni e violazioni dei diritti umani.

Charlotte, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia

Fonti

Colpo di stato in Myanmar, Aung San Suu Kyi e gli altri arrestati devono essere rilasciati – Amnesty International Italia

Myanmar, violenza contro proteste per colpo di stato: i video lo confermano (osservatoriodiritti.it)

Portare l’esercito del Myanmar davanti alla giustizia – Amnesty International Italia

Myanmar, ormai gli ordini sono di sparare per uccidere gli oppositori – Amnesty International Italia