Dalla parte degli ultimi: il diritto all’istruzione per rinascere

You may shoot me with words,

You may cut me with your eyes,

You may kill me with your hatefulness,

But still, like air, i’ll rise

M.Angelou

Still I rise. Nonostante tutto, mi rialzo. Ancora, mi rialzo.

Qualsiasi sfumatura si voglia dare a quest’espressione, due sono gli elementi di immediato risalto.
Il primo è la presenza di una situazione di partenza cruda e crudele, da sovvertire.
Il secondo – e predominante – è la reazione a questa realtà con una forte volontà di non arrendersi di fronte all’ingiustizia subita, di riscattarsi, di vedersi riconosciuto il diritto a una vita dignitosa.

E i diritti al centro della battaglia di cui parliamo oggi sono quelli dei più piccoli, degli indifesi e troppo spesso dimenticati in alcune aree del mondo; gli stessi che hanno inconsapevolmente tra le mani le chiavi del mondo che tanto ingiustamente li sta trattando: i bambini.

Still I rise è un’organizzazione senza scopo di lucro giovanissima – nasce nel 2018 – e indipendente da finanziamenti esterni, con il nobile obiettivo di offrire un servizio educativo attraverso due modalità di intervento: l’educazione in emergenza e l’educazione per ricostruire.

Nel primo caso stiamo parlando di un’offerta educativa che si colloca in contesti di crisi, guerre o povertà, che costringono le persone a spostarsi dai loro luoghi di origine. È il caso della Grecia e della Siria.
Laddove la cooperazione internazionale interviene con progetti mirati per rispondere a bisogni specifici urgenti, Still I rise porta educazione in senso “non formale”. Non è infatti possibile aprire una vera e propria scuola, perché la scolarizzazione di per sé implica stabilità e i bambini in questi contesti sono – “fortunatamente”, verrebbe da commentare – soltanto di passaggio. Ciò che è invece possibile è aprire dei centri educativi che rappresentino per loro un porto sicuro, una via di fuga dalle condizioni di vita disumane dei campi profughi. Qui si ricevono assistenza sanitaria, una corretta alimentazione, degli indumenti e, non da ultimo, non si trovano più costretti a sperimentare un’assenza educativa che può lasciare segni indelebili.

Nel secondo caso stiamo parlando invece di ciò che contraddistingue Still I rise in senso stretto.
L’educazione per ricostruire prende forma attraverso l’apertura di  scuole internazionali in contesti stabili.
Le scuole internazionali sono tradizionalmente istituti privati, atti a rilasciare diplomi internazionalmente riconosciuti. Sono pensate ad hoc per i figli dell’élite, costretti a spostarsi di anno in anno in relazione agli incarichi professionali dei genitori. L’esistenza di una rete internazionale consente loro di proseguire gli studi con continuità, ovunque si trovino. Ed ecco qui la vera rivoluzione di Still I rise: offire la stessa possibilità di ottenere un “International Baccalaureate” agli ultimi tra gli ultimi, i bambini profughi e rifugati.
Al momento attuale, l’educazione per ricostruire è già realtà in Turchia e in Kenya; l’intenzione è quella di replicare il modello anche in Sud America e in Italia, non appena la pandemia lo permetterà.

Scuola di Nairobi

Michele Senici, direttamente dalla scuola internazionale di Nairobi, presso la quale opera come Education Manager, ci racconta l’esperienza kenyota che sta vivendo sulla propria pelle. Ci troviamo, in questo caso, in un paese in via di sviluppo dell’Africa orientale. Proprio qui si trova la baraccopoli più grande di tutta l’Africa. E proprio qui, quindi, che Still I rise decide di investire le donazioni ricevute per dar vita a una scuola internazionale: il progetto durerà sette anni, con partenza a gennaio 2022, e proseguirà in seguito tramite partnership con le università.

Il credo alla base di tutto questo? Impartire un’educazione di qualità per formare esseri umani che possano contribuire a cambiare il mondo, rendendolo un posto migliore che si regga su solide fondamenta di pace ed uguaglianza.
Come? “One child at a time”: salvando un bambino alla volta. Concentrandosi sui singoli, perché ognuno di quei singoli bambini potrà salvarne altri, domani, a cominciare – perché no – dalle proprie terre natie.

L’educazione di qualità alla quale fa riferimento Michele è un percorso a 360 gradi: non si tratta di mere lezioni frontali, bensì una serie di attività ludico-artistiche che favoriscono il benessere psicofisico e lo sviluppo olistico del bambino. Ampio spazio è dato alle cosiddette “soft skill”, affinché i bimbi possano coltivare quelle competenze trasversali allo studio, interpersonali e sociali, che non si apprendono dalle pagine dei libri.

Il progetto educativo di Still I rise risulta essere indissolubilmente e inevitabilmente concatenato alla lotta per la difesa dei diritti umani. Secondo l’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948), infatti:

Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione deve essere obbligatoria […]

E ancora:

L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace

Combattere affinché gli ultimi tra gli ultimi, i dimenticati, ricevano l’educazione a cui hanno diritto. Parallelamente, educare questi stessi bambini, affinché siano essi i primi in futuro a tutelare i diritti umani e a dar loro la dovuta risonanza, ergendosi a testimoni e promotori di una cultura di pace e rispetto reciproco. Per rialzarsi, to rise: per una rinascita di impatto generazionale ed epocale.
Un concetto, quello di rinascita, trasmesso con grande efficacia e intensità non soltanto tramite i versi di Maya Angelou che hanno dato il nome alla Onlus, ma anche attraverso l’impatto grafico del logo di Still I rise: due mani a sostenere e incoraggiare una crescita, che si concretizza ramificandosi in milioni di possibilità. Possibilità alle quali tutti i bambini dovrebbero avere paritariamente diritto e alle quali anche i bimbi malcapitatamente ritrovatisi in queste aree meno privilegiate del mondo potranno avere accesso, grazie al prezioso lavoro sul campo della no-profit.

Michele ci lascia regalandoci un’ultima significativa riflessione: l’obiettivo dell’aiuto umanitario è quello dell’auto-estinzione. Un cooperante sa che sta facendo un buon lavoro, se ad un certo punto la sua presenza non si ritiene più necessaria. Il suo fine ultimo è quello di rendere in-dipendenti le comunità dove porta il suo intervento. Ed è proprio una relazione di interscambio proficuo con le realtà locali, basata sul dialogo aperto e costruttivo, che garantisce il successo culturale di un progetto di questo tipo: la rivoluzione non sempre deve scoppiare come una bomba. In paesi dove il clima politico è instabile e il rapporto con le autorità delicato, è fondamentale avere consapevolezza delle modalità e delle tempistiche adeguate ad esporsi o agire, onde evitare di rendere vano ogni sforzo messo in atto sino a quel momento.

Un fil rouge unisce quindi le missioni di Amnesty International e Still I rise. Si potrebbe efficacemente sintetizzare parafrasando un giovanissimo cantautore italiano:

Dalla parte degli ultimi, per sentirmi primo

Silvia, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia

Fonti

https://www.stillirisengo.org/it/scuole/educare-per-ricostruire/kenya/

https://www.stillirisengo.org/

http://www.amnesty243.it/dudu.pdf