21 marzo: per dire NO alla discriminazione razziale

Sharpeville (Sudafrica), 21 marzo 1960

Luogo e data che definiscono il Massacro di Sharpeville – quando la polizia bianca aprì il fuoco contro una folla di migliaia di manifestanti neri, uccidendone 69 e ferendone 180. Manifestanti riuniti per protestare pacificamente contro il Group Areas Act, uno dei tanti strumenti di ingegneria sociale del regime dell’Apharteid, volto a sancire una netta distinzione tra bianchi e neri, aumentano il potere dei primi mediante un logorante schiacciamento sociale, economico e personale degli ultimi.

Il Massacro di Sharpeville è stato scelto dalle Nazioni Unite come immagine concreta delle Discriminazioni Razziali, istituendo così nel 1966 il 21 Marzo come Giornata Internazionale Per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali.

Ma cosa sono le Discriminazioni Razziali?

È definita Discriminazione Razziale:

ogni azione o pratica che, senza giustificazione alcuna, svantaggia determinate persone, le umilia, le minaccia o ne mette in pericolo la vita e/o l’integrità fisica a causa delle loro caratteristiche fisionomiche, etniche, culturali e/o religiose;

Tali azioni vedono alle proprie fondamenta, e ne danno così un’espressione concreta e un effetto tangibile, il Razzismo, inteso come:

l’ideologia che, fondata su un’arbitraria distinzione dell’uomo in razze, giustifica la supremazia di un’etnia sulle altre

Le Discriminazioni Razziali ieri e oggi

Dal 1948 in Sudafrica vigeva l’Apartheid, il regime di segregazione razziale caratterizzato da una politica estremista che venne adoperato nella Repubblica Sudafricana per indicare la separazione all’interno del paese tra bianchi, da una parte, e neri dall’altra. L’attuazione concreta della politica prevedeva: la proibizione dei matrimoni interrazziali, il rendere penalmente perseguibile i rapporti sessuali tra persone di razze diverse, la registrazione dei cittadini in base alle loro caratteristiche razziali, la discriminazione razziale sancita per legge in ambito lavorativo, ostacoli all’istruzione per la popolazione nera, il sopracitato Group Areas Act, e molto altro.

Situazione altrettanto drammatica venne vissuta dagli afroamericani nell’immediato dopoguerra in America, in cui la quotidianità dei bianchi e dei neri era distinta secondo norme di legge, dai ristoranti alle scuole, dai mezzi di trasporto ai supermercati, dagli sbocchi lavorativi all’accesso ai basilari diritti della persona.

Solo a partire dagli anni ’50 si cominciarono a intravedere gli albori di profondi cambiamenti e di radicali prese di posizione; venne fondata la Leadership Conference on Civil Rights per favorire la Legislazione sui Diritti Civili e, nel 1957, il presidente Dwight D. Eisenhower firmò la legge per promuovere l’effettivo diritto di voto per tutti gli afroamericani.

Tra proteste pacifiche e violente, tra diritti negati e opposizioni, ci furono importanti Leader che resero il Cambiamento possibile, tra cui Nelson Mandela, Martin Luther King e John Lewis, attivisti per i diritti civili della popolazione nera, che con le loro parole e la loro forza spinsero migliaia di persone a dire NO, e a lottare per i propri diritti.

I have a dream, celebre discorso di Martin Luther King davanti al Lincoln Memorial di Washington, divenne ben presto l’inno alla lotta contro il razzismo, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo,

Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in un nazione dove non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per ciò che la loro persona contiene. Io ho un sogno oggi!

John Lewis, politico americano e attivista per i diritti civili degli afroamericani, descrisse così Martin Luther King:

Dr. King ha avuto il potere, l’abilità e la capacità di trasformare quei gradini del Lincoln Memorial in un’area monumentale che verrà per sempre riconosciuta. Parlando come lui ha fatto, ha educato, ispirato, informato non solo le persone lì presenti, ma tutti gli Americani e le generazioni che ancora dovevano nascere

Trent’anni dopo le parole al Lincoln Memorial, esattamente il 10 maggio 1994, il discorso pronunciato a Pretoria dell’allora presidente del Sudafrica, Nelson Mandela, segnò definitivamente la fine dell’Apartheid in Sudafrica:

Oggi, tutti noi, con la nostra presenza qui e con le celebrazioni in altre parti del nostro paese e del mondo, conferiamo gloria alla neonata speranza di libertà. Siamo appena usciti dall’esperienza di una catastrofe straordinaria dell’uomo durata troppo a lungo. Oggi qui deve nascere una società a cui tutta l’umanità guarderà e questo ci renderà orgogliosi

Il Razzismo non è però un fenomeno lontano, fa parte della nostra quotidianità nonostante spesso si finga di non vederlo, è più facile associare tale fenomeno al contesto americano, pensando “qui è diverso”, ma è davvero così?

Colleferro (Italia), 6 settembre 2020

Willy Duarte Monteiro, un ragazzo di appena 21 anni di origine capoverdiana, viene massacrato di botte da un gruppo di ragazzi nel tentativo di difendere un amico in difficoltà.

Oggi si celebra il funerale di Willy Monteiro Duarte. L’ultimo a pagare con la vita il clima d’odio e di razzismo di questo paese. Willy è vittima, di chi in questi anni ha seminato odio. Coperto dal proprio ruolo politico o mediatico, e da quei diritti di parola, pensiero ed espressione che vorrebbe negare a tutti gli altri

Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia

Purtroppo la storia di Willy è solo una tra le tante; secondo Lunaria, Associazione che cura il portale Cronache di Ordinario Razzismo, sono 7.426 gli episodi di discriminazione avvenuti nel nostro Paese in 18 anni, ovvero tra il 2008 e il 2020. Si tratta di 5.340 casi di violenze verbali, 901 aggressioni fisiche contro la persona, 177 danneggiamenti alla proprietà e 1.008 casi di discriminazione.

Questi dati preoccupanti sono il raccolto di stagioni di semina, di discorso d’odio, di linguaggio diviso, incendiario, irresponsabile, anche da parte di chi ha responsabilità.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia

Il primo passo per contrastare il Razzismo è riconoscerlo, aprire gli occhi su ciò che realmente è, anche qui, anche dove non riusciamo ad accettarlo. Contrastare il Razzismo non significa identificare le persone razziste, bensì fare un vero e proprio lavoro di prevenzione e sensibilizzazione, cercando di instaurare, nella vita di tutti i giorni, le condizioni necessarie per evitare il prodursi di episodi atroci come quello di Willy.

Per cambiare una società razzista non basta non essere razzisti: bisogna essere antirazzisti

Angela Davis

Amnesty International continua a chiedere che ci siano delle leggi adeguate per sanzionare il discorso d’odio, chiede alle piattaforme social di adeguarsi con strumenti efficaci. Perché qui non siamo mai, mai e poi mai di fronte a libertà di espressione. Questo è odio, e va contrastato e va sconfitto.

Charlotte ed Elisa, attiviste del gruppo 028 Amnesty Brescia

Fonti

https://www.onuitalia.it/giornata-internazionale-per-leliminazione-della-discriminazione-razziale/#:~:text=La%20giornata%20internazionale%20per%20l%E2%80%99eliminazione%20della%20discriminazione%20razziale,dimostranti%20di%20colore%20uccidendone%20sessantanove%20e%20ferendone%20180.