Non vorremmo altro che essere attivisti

O viviamo tutti in un mondo dignitoso, oppure nessuno può farlo

George Orwell

E’ con forza feroce che mi aggrappo a questo pensiero quando penso all’attivismo: la possibilità di dare a tutti gli esseri umani il diritto, che ad ognuno spetterebbe, di vivere in un mondo giusto.

Non credo ci voglia un particolare slancio di generosità per essere attivisti, ma è una questione d’umanità e di giustizia. La consapevolezza che qualcosa non sia giusto e la forza di volerlo cambiare.

In inglese mi ha sempre affascinata l’espressione “I care”: mi importa. Penso sia l’espressione che davvero può definire l’azione di un attivista: ci deve importare dell’Altro per poterci mettere nei suoi panni e capire cosa sta accadendo.

L’attivista non è un illuso, ma è costantemente soggetto ad un bagno di realtà che, però, a differenza degli altri, non gli fa voltare lo sguardo altrove.

E, quindi, quando si diventa attivisti?

Non fa parte dell’entrare in qualche associazione o in particolari organizzazioni a tutela dei diritti fondamentali, l’essere attivisti inizia molto prima: quando sentiamo le notizie al telegiornale e ci si stringe lo stomaco, quando proviamo empatia verso le altre persone che si trovano in difficoltà, quando queste non possono far valere la loro dignità, quando la loro esistenza viene messa in discussione, criticata, quando i loro diritti vengono violati. Gli attivisti non riescono a stare a guardare impassibili.

Inizia quando alle ingiustizie del mondo si vuole reagire, stringendo i pugni e digrignando i denti. Quando non se ne può davvero più, quando la voglia di cambiare le cose è talmente forte che la sentiamo scorrere nelle nostre vene come lava bollente e inarrestabile. Quando vogliamo essere la voce di chi non può averne, quando vogliamo essere gli occhi di chi non riesce a vedere, quando vogliamo essere le spalle di chi non riesce a sopportare il peso del mondo.

Quando puntiamo la luce che illumina le nostre esistenze un po’ più in là, uscendo dai nostri confini, ritrovandoci a spostare l’attenzione su ciò che gli altri, per paura o per indifferenza, scelgono di non guardare, di lasciare oscuro, nascosto, dimenticato. Quando ci troviamo a confrontarci con la scomodità delle circostanze e la bruttura dell’umanità.

E che caratteristiche ha un attivista?, vi chiederete. E’ una persona speciale?

No, tutt’altro, a parer mio.

Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo più forte avvicinarsi il rombo che ucciderà anche noi, eppure, guardando il cielo, penso che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità

Rubo le parole ad Anna Frank per poter esprimere quanto, come attivisti, siamo capaci di credere. E’ disarmante l’energia in cui crediamo che, spesso, parlando con un attivista, ci si ritrova davanti un esemplare così raro di credente che si rimane ammutoliti, sconvolti.

E non si parla di una questione religiosa o di principio, noi crediamo nelle possibilità, noi abbiamo speranza. Prendiamo una posizione precisa dalla parte dei diritti umani, dalla parte delle persone come esseri umani e nient’altro, indipendentemente dal luogo da cui provengono, dalle loro origini, dalle loro credenze, dai loro principi e dal loro passato.

Noi crediamo nella speranza. Speranza che ci sia sempre un modo differente di fare, di parlare, di agire e reagire. Speranza cieca in un futuro difficile da scovare tra le macerie di un mondo che crolla, speranza ingenua di chi non vuole credere che il male possa vincere. E’ un po’ come essere bambini e sperare continuamente che il nostro eroe preferito possa salvare tutti dal cattivo: noi ci ritroviamo, però, ad essere solo troppo umani in un universo a tratti disumano e difficile da spiegare.

Non tutto quello che si affronta può essere cambiato, ma nulla può essere cambiato finché non lo si affronta

James Badwin

E noi non riusciamo a cambiare tutto, siamo esseri umani, persone comuni, perfettamente ordinarie e, come tutti quanti in questo mondo, imperfetti e pieni di difetti. Alcune cose, purtroppo, non riusciamo a cambiarle, ma essere attivisti è anche paura. Paura che ciò che si vuole cambiare non abbia possibilità, che il mondo schiacci sempre un po’ più forte. Questa paura, però, deve essere trasformata in ciò che ci spinge, come attivisti, a continuare a camminare, a seguire il nostro sentiero. Noi attivisti continuiamo costantemente a tenere ben davanti ai nostri occhi la luce che sta alla fine di tutto e ci piace da morire l’idea di poterla, con coraggio, caparbietà e determinazione, raggiungere. Ci aggrappiamo, quindi, a quell’idea e vogliamo andare fino in fondo, non importa cosa può succedere sul nostro percorso.

Gli attivisti non perdono mai la voglia di credere in quello che fanno?, mi chiedono spesso.

A volte ci smarriamo e ci perdiamo, la strada da seguire comincia a diventare confusa e i contorni della nostra azione iniziano a sfumare. I colpi troppo duri della realtà in cui viviamo, la piena consapevolezza che alcune persone non si possono salvare e che molte cose non si riescono a cambiare, colpiscono gli attivisti in pieno petto ed il colpo è così forte che spesso vacilliamo.

Eppure, siamo ancora qui. Siamo ancora qui ognuno per motivi differenti, ognuno perché ha scelto e, ogni giorno della sua vita, continua a scegliere di mettersi in prima fila, con la testa alta, a tenere tra le mani il filo spinato del mondo, decidendo di scavalcare i muri di indifferenza e paura che altri ereggono. Siamo ancora qui perché il “coraggio è contagioso”.

Non sottovalutare l’importanza che puoi avere perché la storia ci insegna che il coraggio è contagioso e la speranza può vivere di vita propria

Michelle Obama

Noi siamo qui perché anche se non riusciamo a cambiare le cose per il nostro presente, abbiamo la speranza che ogni nostra singola azione possa cambiare il futuro di chi verrà. Siamo ancora qui, nonostante tutto, per buttare benzina su quel fuoco di speranza che sembra perdere luce giorno dopo giorno, affinché questa luce possa continuare a vivere da sola.

Siamo tutti parte dello stesso mondo e abbiamo la responsabilità di far in modo che la luce dei diritti umani continui a splendere su ogni singola anima, anche su quelle che si sono spente, per ricordarci sempre che volendo abbiamo la possibilità di essere diversi dal nostro passato.

E ciò che siamo, la nostra luce, viene riportato anche dalle parole del fondatore di Amnesty International, Peter Benenson:

Questa candela non brucia per noi, ma per tutte quelle persone che non siamo riusciti a salvare dalla prigione, che sono state uccise, torturate, rapite, o sono “scomparse”. Per loro brucia la candela di Amnesty International.

Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità

Vi auguriamo, quindi, di essere quella candela che brucia dando nuova luce al buio.

E tu? Vuoi provare a fare la tua parte?

Vieni a cercare il tuo gruppo locale oppure, se sei di Brescia, scrivici su bresciaamnesty@gmail.com

Chiara, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia

Fonti

Attivismo Gruppi e circoscrizioni – Amnesty International Italia