Bando alle armi

Ormai a questo pezzo di plastica mi sono affezionato. Ma all’inizio ho pianto, eccome se ho pianto.

Non so che tipo di mina mi abbia fatto male. Alcuni mi hanno detto che era tedesca, ma non ne sono sicuro. Ero vicino al confine con l’Iran e Benjum, stavo camminando e all’improvviso ho scorso un lampo. E poi più niente

Confessa Mahmoud indicando la protesi all’arto sinistro, sotto il ginocchio. Durante la guerra tra Iran e Iraq, Mahmoud Marjaf era un pershmerga, un soldato curdo. Dal 1999 è un uomo senza una gamba.

Ogni anno il 4 aprile si ricorda l’International Mine Action Day, la Giornata internazionale contro le mine antipersona decisa dall’ONU, che ha lo scopo di promuovere l’azione contro le mine e gli ordigni bellici inesplosi e di sostenere le attività umanitarie connesse.

Penso che tutt* abbiano una vaga idea di cosa sia una mina antipersona. È un ordigno esplosivo che viene posizionato sul terreno o sottoterra, dotato di una carica esplosiva e che viene azionato dalla pressione di un veicolo, di un piede o da fili da inciampo.

Forse però non sappiamo che ogni anno i morti causati da questa tipologia di armi supererebbero le 6.000 persone.

Tre vittime su quattro sono civili, di cui oltre un terzo bambini, secondo l’Unicef. La loro curiosità li espone al rischio più degli adulti, in quanto, quando si imbattono in tali ordigni, spesso li considerano giocattoli e cercano di aprirli e giocarci. Circa l’85% dei bambini vittime delle mine antipersona muore prima di poter arrivare in ospedale.

Nasser, 14 anni, ferito da una mina ad Afraq Al Mocha, Yemen, ed operato nell’ospedale di MSF

Tuttavia, anche chi sopravvive, va incontro ad una vita segnata per sempre dal dolore, dalla difficoltà e, spesso, dall’esclusione. Le lesioni provocate dalle esplosioni, come perdita degli arti, della vista o dell’udito, comportano delle disabilità permanenti, con tutti i costi che ne conseguono, sia per le famiglie che per la società.

Le mine non ancora identificate, inoltre, impediscono la costruzione di case, strade, scuole, strutture sanitarie ed altri servizi essenziali e limitano l’accesso ai terreni agricoli e all’irrigazione, contribuendo all’aumento della povertà e precarietà locale.

Secondo l’organizzazione umanitaria Care International, nel 2017 erano ancora presenti 110 milioni di ordigni inesplosi nel mondo.

Secondo il report riguardante i territori che presentano la più alta concentrazione di mine nel terreno, i Paesi con più ordigni in 100 chilometri quadrati sono: Croazia e Bosnia (coinvolte nella guerra dei Balcani), Turchia, Afghanistan, Iraq, Azerbaijan, Cambogia, Thailandia, Yemen, Chad e Angola.

L’istituzione di questa ricorrenza da parte delle Nazioni Unite risale al dicembre del 2005, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla problematica. Ogni anno l’ONU mette a disposizione fondi e promuove programmi e agenzie che hanno lo scopo di finanziare e portare avanti attività di ricerca e neutralizzazione di mine, assistenza alle vittime, insegnamento di tecniche da adottare all’interno di un ambiente contaminato, distruzione di materiale in stoccaggio e sensibilizzazione in favore dell’adesione al Trattato del 1997.

Infatti, la Giornata Internazionale contro le mine antipersona fece seguito alla firma, nel 1997 appunto, della Convenzione di Ottawa o Trattato per la messa al bando delle mine, divenuto poi operativo nel marzo del 1999.

Il Trattato decreta un bando totale delle mine antipersona, ribadendo il divieto di uso, stoccaggio, produzione e trasferimento di queste mine e incentivando la loro distruzione. Da allora, a livello globale, oltre 41 milioni di scorte di mine sono state distrutte. Gli Stati firmatari sono obbligati a distruggere le proprie scorte entro quattro anni, identificare e sminare le aree sotto il loro controllo nel più breve tempo possibile e comunque in non più di dieci anni, fornire assistenza alle vittime ed educare al rischio la popolazione, presentare relazioni annuali sulle attività per la messa al bando di questi ordigni.

Negli anni il Trattato è stato sottoscritto da 164 paesi, tra cui l’Italia. Tuttavia esistono ancora oggi Stati che non ne fanno parte come Cina, Egitto, India, Israele, Pakistan, Russia e Stati Uniti (che però hanno smesso di usarle, produrle e venderle). Proprio in questi ultimi, per contrastare una recente spinta alla produzione di mine antipersona promossa dall’amministrazione Trump, 60 organizzazioni non governative statunitensi e internazionali hanno chiesto al governo degli Stati Uniti, al Congresso e all’opinione pubblica americana di abbandonare definitivamente la produzione mondiale e l’uso delle mine terrestri e di aderire al Trattato Internazionale in merito.

Nel 2017, nonostante siano vietate del diritto internazionale ormai da 24 anni, Amnesty International ha raccolto numerose prove e testimonianze del fatto che  l’esercito del Myanmar avesse intenzionalmente collocato mine antipersona nel territorio di frontiera nel nord-ovest dello stato di Rakhine, al confine con il Bangladesh, nel contesto della repressione del popolo Rohingya perpetrata del governo. Le mine hanno ucciso e mutilato numerose persone, tra cui alcuni minorenni.

L’esercito di Myanmar è uno dei pochi al mondo, insieme a quelli della Corea del Nordo e della Siria, a usare ancora mine terrestri antipersona. Le sue autorità devono porre immediatamente fine al loro uso contro persone già in fuga dalla persecuzione

Così denunciava nel 2017 Tirana Hassan, direttore di Amnesty International per le risposte alle crisi

Se però la maggioranza degli Stati al mondo si impegna per mettere al bando l’uso di queste armi, le mine vengono sempre più spesso usate da gruppi armati non statali, come nel caso dei gruppi terroristici.

Per portare all’attenzione dell’opinione pubblica il tema delle mine antipersona, nel 2010, con il patrocinio di Amnesty, è uscito il singolo del cantautore romano Luca Bussoletti chiamato “A un solo metro”, realizzato con il contributo e la voce di Dario Fo. Il ricavato delle vendite del brano è stato devoluto alla sezione italiana di Amnesty International.

Purtroppo però, la questione mine è solo una minima parte del complesso ed economicamente fiorente mondo delle armi. Il valore del commercio internazionale di armi è stimato essere sui 100 miliardi di dollari all’anno. L’offerta più cospicua arriva da società commerciali, fornitori di servizi militari, commercianti di armi, ma soprattutto sono i governi che devono proteggere le popolazioni. Gli Stati, infatti, possono concedere o rifiutare le licenze, vietare la produzione di determinati tipi di armi o imporre un embargo.

Nel 2006 venne votato per la prima volta dalle Nazioni Unite un Trattato internazionale sul commercio delle armi che impedisse i trasferimenti di armi tese ad alimentare conflitti, povertà e gravi violazioni dei diritti umani.

La maggioranza dei favorevoli risultò netta: 139 sì, 24 astensioni (Arabia Saudita, Bahrein, Bielorussia, Cina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, India, Iran, Iraq, Isole Marshall, Israele, Kuwait, Laos, Libia, Nepal, Oman, Pakistan, Qatar, Russia, Sudan, Siria, Venezuela, Yemen e Zimbabwe) e un solo no, espresso dagli Stati Uniti.

Il voto arrivò dopo tre anni di mobilitazione della campagna Control Arms, promossa a livello globale da Amnesty International, Oxfam International e Rete internazionale d’azione sulla armi leggere (IANSA), che ottenne oltre un milione di adesioni in 170 Paesi.

Questo voto così netto per sviluppare il Trattato rappresenta per i governi un’opportunità storica per affrontare gli effetti devastanti di trasferimenti di armi immorali e irresponsabili. Un Trattato credibile metterà fuorilegge questi trasferimenti, che alimentano massacri, stupri e torture e costringono alla fuga migliaia di persone

Kate Gilmore, vicesegretaria generale di Amnesty International nel 2006

Solo due anni dopo tuttavia, nel 2008, Amnesty Inernational presentò un rapporto intitolato “Sangue al crocevia. Perché occorre un trattato globale sul commercio di armi” nel quale chiedeva agli Stati di inserire nel Trattato una norma inderogabile sui diritti umani, per “impedire i trasferimenti di armi dove vi sia il rischio stostanziale che esse possano essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario”.

Il rapporto prese in esame nove casi (Colombia, Costa d’Avorio, Guatemala, Iraq, Myanmar, Somalia, Sudan/Ciad e Uganda) in cui le discrepanze nelle leggi nazionali avevano comunque consentito il perpetrarsi di gravi violazioni.

Il 24 dicembre del 2014 divenne diritto internazionale il Trattato globale sul commercio delle armi (ATT). Il trattato prevede che se un Paese sa che le armi che stanno per essere vendute verranno utilizzate per genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra, allora il loro trasferimento deve essere bloccato. Questa decisione rappresentò un passo importante per cercare di bloccare il flusso di armi che alimentano conflitti, atrocità e repressioni in tutto il mondo.

E l’Italia che ruolo ha in tutto questo?

Il 9 luglio del 1990 è stata approvata la legge n.185, che ha sancito nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. In teoria, questa legge stabilisce che le esportazioni di armi devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia; introduce controlli da parte del governo, con autorizzazioni specifiche sulla vendita e sulla destinazione finale; prevede che il governo ne informi sempre il parlamento.

Nella pratica, negli ultimi 25 anni, i sistemi militari italiani sono stati esportati a 123 nazioni, tra le quali anche diversi regimi autoritari come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Eritrea, Libia, Turchia, Kazakistan, Turkmenistan e Paesi con conflitti in corso come India, Israele, Nigeria, Pakistan e Siria.

Nel corso del 2019 l’export di materiale d’armamento italiano si è attestato su un valore di 5.174 miliardi di euro. Il Paese destinatario del maggior numero di licenze è stato l’Egitto con 871,7 milioni (derivanti in particolare dalla fornitura di 32 elicotteri prodotti da Leonardo spa)  e, complessivamente, il 62,7% delle autorizzazioni all’export ha avuto come destinazione Paesi fuori dalla UE e dalla NATO.

Andamento delle forniture di armi dall’Egitto da parte dell’Italia, tra il 2013 e il 2019

Nel 2020 l’Egitto si è rivelato ancora il nostro primo partner in questo commercio, avendo acquistato 2 navi militari FREMM, partite dall’Italia il 25 dicembre. Per quanto riguarda le imprese, ai primi posti della classifica delle autorizzazioni ricevute si trova Leonardo spa, principale azienda produttrice di armi in Italia e il cui principale azionista è il ministero italiano dell’Economia, con il 58%, seguita da Elettronica spa (5,5%), Calzoni srl (4,3%), Orizzonte Sistemi Navali (4,2%) e Iveco Defence Vehicles (4,1%).

Tra il 2015 e il 2018 i governi europei, e quello italiano in primis, hanno concesso licenze per 42 miliardi di euro per le armi da destinare alla coalizione a guida saudita nel conflitto in Yemen. Ci sono prove che ordigni inesplosi del tipo di quelli inviati dall’Italia sono stati ritrovati in diverse città dello Yemen bombardate dalla coalizionesaudita.

Queste sono due delle testimonianze raccolte che hanno fatto scattare la denuncia penale nei confronti dei dirigenti di Rwm Italia spa e dei funzionari governativi italiani per l’esportazione verso l’Arabia Saudita di armi letali usate nell’attacco dell’8 ottobre 2016 nel villaggio di Deir Al-Hajari, Yemen:

Mi sono svegliata alle tre del mattino con i suoni dei bombardamenti aerei, quindi siamo corsi fuori di casa verso nord e poi abbiamo sentito il secondo colpo della bomba provenienti dall’alto; il fuoco di questa esplosione era così vicino che ci stava bruciando. Dopo quasi due minuti il terzo missile ha raggiunto casa di mio fratello e il quarto casa nostra. Non posso credere che mio cugino e la sua famiglia siano morti, avremmo potuto essere noi a morire se non fossimo fuggiti

Ero addormentato, quindi mi sono svegliato al suono del bombardamento aereo; non riuscivo a vedere nulla a causa della polvere e dell’oscurità, le ragazze mi hanno trascinato fuori e avevamo appena iniziato a correre quando è avvenuto il secondo bombardamento

Amnesty si è sempre battuta per la sospensione del commercio di armi all’Arabia Saudita, presentando nel 2017 una mozione in parlamento, che verrà però bocciata. Un’altra mozione viene presentata nel 2019 e questa volta viene accolta ed è da qui che cominciano a farsi significativi passi in avanti. Il 29 gennaio 2021 il governo Conte ha deciso di revocare definitivamente sia le licenze in corso, sia quelle future per l’esportazione di missili e bombe d’aereo verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Il provvedimento riguarda sei diverse autorizzazioni già sospese nel luglio 2019 per 18 mesi, provvedimento prorogato poi a dicembre del 2020. Secondo la Rete italiana pace e disarmo e l’Osservatorio permanente sulle armi leggere, la revoca cancella la fornitura di oltre 12.700 ordigni.

Altro partner privilegiato per l’industria bellica italiana è la Turchia.

Negli ultimi anni, l’Italia ha concesso forniture militari per un valore di 890 milioni di euro, consegnato armi per un valore pari a 463 milioni di euro e concesso 70 licenze di esportazione, per un valore di 360 milioni.

Tuttavia, la legge del 1990 impedirebbe di inviare armi a Paesi in stato di conflitto armato, come è la Turchia attualmente, essendo impegnata al confine con la Siria per allontanare le forze curde dai propri confini. Amnesty International chiede all’Italia di sospendere tutte le forniture di armi verso la Turchia.

La legge italiana in merito all’export delle armi del 1990 fu approvata grazie alla forte mobilizzazione della società civile e dell’associazionismo laico e cattolico che promosse la campagna denominata “Contro i mercanti di morte”.

C’è quindi bisogno dell’aiuto di tutt* per promuovere il bando totale delle armi, per smettere di promuovere un’economia che si nutre del sangue di vittime innocenti, per garantire ad ogni essere umano il diritto alla vita e il diritto al futuro.

Veronica, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia

Fonti

http://www.youtube.com/v/2xIBKfC8sxw

https://www.corriere.it/esteri/guerraSpa/iraq/

Un mondo (ancora) cosparso di mine – atlante guerre

La bonifica delle mine antiuomo nel mondo non è a buon punto (agi.it)

https://italiarappginevra.esteri.it/rappginevra/it/il-disarmo/trattati-e-convenzioni/bando-mine-antipersona.html

Stati Uniti, oltre 60 Ong contro la nuova politica dell’amministrazione Trump sulle mine antipersona – Amnesty International Italia

Amnesty International conferma: l’esercito di Myanmar piazza mine antipersona lungo il confine con il Bangladesh – Amnesty International Italia

A solo un metro’ dai diritti umani – Amnesty International Italia

Trattato sul commercio delle armi: dall’Assemblea generale dell’Onu un ‘voto storico’ per iniziare la stesura – Amnesty International Italia

Commercio di armi: il nuovo rapporto di Amnesty – Amnesty International Italia

Da oggi in vigore il Trattato sul commercio delle armi – Amnesty International Italia

Fermare tutte le commesse di armi italiane alla Turchia – Amnesty International Italia

https://italiarappginevra.esteri.it/rappginevra/it/il-disarmo/trattati-e-convenzioni/trattato-sul-commercio-armi.html

Armi: il ruolo dell’Italia – Amnesty International Italia

Export armi italiane: nel 2019 autorizzati 5,17 miliardi, Egitto primo acquirente (disarmo.org)

Il governo Conte revoca le autorizzazioni per l’esportazione di missili e bombe all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti – Amnesty International Italia

Control Arms: consegnate al governo 40.000 firme – Amnesty International Italia

UNICEF