Gli angeli che seppero dire di NO al regime argentino: i 17 del Rugby La Plata

La Plata (Argentina), fine anni ’70

Sotto la doccia i ragazzi del Club La Plata erano allegri perché avevano vent’anni: bravi ragazzi, facce spavalde. Qualcuno studiava all’università, qualcuno andava ancora a scuola, c’era uno che faceva il postino, un altro il fornaio, un paio che lavoravano in fabbrica

Queste sono le parole di Claudio Fava, giornalista e scrittore che nel suo libro “Mar de Plata” racconta il crudele destino di 17 ragazzi, giocatori del Rugby La Plata che, alla fine degli anni ’70, si ribellarono alla dittatura militare del generale Videla.

La storia della squadra di rugby di Mar de Plata mi venne incontro, anni dopo, quasi per caso. In uno dei miei viaggi in Argentina lessi gli articoli di un giornalista, Gustavo Veiga, che aveva ritrovato l’ultimo superstite di quella squadra. Quel giornalista ebbe il merito di riportarla alla luce. Fu allora che cominciai a cercare anch’io, a ricompilare senza fretta luoghi e memorie

In questo articolo voglio ricordare questa squadra, questi piccoli grandi eroi che, nonostante la loro giovane età, decisero di portare avanti i loro ideali, di continuare a fare dello sport, il rugby, la loro passione, il loro strumento contro le ingiustizie che dominavano il loro Paese, fino alla morte.

La squadra del Rugby La Plata (Gazzetta dello Sport)

Vent’anni e ancora tutta la vita davanti. Guidati dal loro mister, nonché mentore, Hugo Passarella, Santiago, Raul (detto Raulito, unico superstite della strage), Javier (detto Il Mono), Otilio, Pablo, Gustavo (il più giovane, aveva sedici anni), Mariano e il Turco (il vecchio della squadra, aveva trent’anni) erano i ragazzi del Club La Plata.

Siamo nel 1978, siamo in Argentina e da due anni comandano i militari. Comandano, minacciano, ammazzano: a modo loro si divertono. Adesso stanno organizzando i campionati del mondo di fùtbol, uno spettacolo da farsi gli occhi lustri perché verranno tutti, tanto che gliene fotte ai brasiliani e ai russi se Jorge Rafael Videla si è proclamato presidente a vita e si sta inculando il Paese

La dittatura militare seminava il terrore in Argentina: migliaia di studenti, sindacalisti, professori, donne e uomini di tutte le età sono desaparecidos, scomparsi e uccisi in circostanze “misteriose”. O meglio…sono stati “fatti sparire”, perché considerati ingombranti, un peso, agli occhi della dittatura.

Nel 1984 la commissione d’inchiesta “Nunca Màs” scrisse che, le vittime civili del regime dittatoriale, uccise e scomparse, furono più di trenta mila. Dei cinquemila detenuti che sono passati dalle celle argentine, Il 90% vennero uccisi.

Nunca Màs (Gazzetta dello sport)

Loro lo sapevano bene quello che c’era da fare, sua eccellenza Videla lo aveva giudiziosamente promesso il giorno in cui era salito al trono: prima eliminare i sovversivi, poi i loro amici e infine gli indecisi

Purtroppo, per chi non lo conosce, il rugby viene visto come uno sport per bruti, uno sport in cui ci si fa male. “Guarda, ha il naso rotto…sicuramente fa rugby”.

In realtà, è molto altro: nobiltà, rispetto per l’arbitro e per l’avversario, integrità, passione, solidarietà, disciplina, uniti insieme fino alla meta. È questo il rugby, quello strano sport con la palla ovale

Si tratta di una risposta forte alla crisi di valori in atto dentro e fuori lo sport, perché sono valori che dal rugby si trasferiscono alla vita

Diego Domínguez, ex mediano di apertura della Nazionale italiana di rugby

E i ragazzi de La Plata questo lo sapevano: a loro il rugby era servito a pensare che le cose sarebbero girate sempre bene nella vita.

Il primo ad essere ucciso fu Javier, Il Mono. Aveva solo diciott’anni. Fu ritrovato due giorni dopo la sua scomparsa, nelle acque del Rio de La Plata, con le mani legate dietro la schiena da due giri di fil di ferro e un buco nella nuca, grosso come una noce. Era stato torturato e poi ucciso.

Il giorno dopo il terribile ritrovamento, si disputava una partita: erano arrivati quelli del Córdoba. In campo, i ragazzi de La Plata chiesero all’arbitro di fare un minuto di silenzio, per ricordare il loro amico, il loro compagno di squadra.

Al giorno d’oggi, fare un minuto di silenzio è qualcosa di normale. Sicuramente fa riflettere, è sinonimo di rispetto nei confronti della vittima e/o di coloro che hanno perso la vita. Un gesto “ben visto”. Ma per l’epoca no. Per l’Argentina di Videla fare un minuto di silenzio per un desaparecidos era oltraggioso: andava contro il regime, andava contro la legge, qualcosa di inaccettabile e, per questi motivi, andava punito.

Dopo un minuto, l’arbitro fischiò l’inizio della partita e, in quel momento, come in un gioco d’incantesimi, in campo nessuno si mosse e in tribuna nessuno si sedette.

Tutti ad aspettare che il tempo cammini ancora un po’ perché un minuto è poco, poco per il Mono, poco per quella morte di merda. No, un minuto non basta, ne serve un altro, e un altro ancora, e intanto tutti fermi, incatenati, impegnati a dilatare quel tempo, a renderlo lungo come la vita che toccava al Mono e che invece gli hanno strappato, aveva 18 anni, figli di puttana, 18 anni, pensate che ci basti un minuto? Ne passano quattro, cinque. Poi sei. Tanto nessuno ha fretta di fare, nessuno ha fretta di dimenticare. Otto minuti. Nove. Dieci. Dieci minuti durò quel silenzio

Quello, per i ragazzi de La Plata fu un giorno memorabile e, nelle prossime partite, il pubblico raddoppiò. Nessun giornale, nessun media parlò del ragazzo ucciso, ma tutti parlarono di quei famosi 10 minuti di silenzio, silenzio contro i militari, silenzio contro quelli sbirri che avevano così tremendamente ucciso quel povero ragazzo. Quei 10 minuti erano l’inizio di qualcosa: aria di cambiamento nel Paese.

I due grandi amici Otilio Pascua (assassinato) e Raul Barandiaran (il sopravvissuto, quello con il pallone) (Gazzetta dello sport)

Il Mono se lo sarebbero portati per sempre cucito sul cuore ma la vita li tirava avanti e quando hai quell’età sono sempre cose da pazzi, perfino in Argentina, perfino nei giorni infami dei generali, perché a vent’anni la vita è un vento che ti arrampica in faccia ti entra negli occhi ti scombina i pensieri e allora capisci che non c’è tempo per i rimorsi, non c’è tempo per piangersi il morto

Il secondo fu Mariano:

Mariano lo presero la sera dopo. Tornava dagli allenamenti in bicicletta, la sacca sulla spalla. All’altezza della Panamericana un’ auto gli si affiancò, lo strinse verso il marciapiede. Scesero in due. Si caricarono il ragazzo in auto e ripartirono subito

Poco a poco, nell’arco di tre anni, altri 15 ragazzi, tra lo staff e la squadra, de La Plata vennero uccisi per mano del regime. 17 ragazzi uccisi senza nessuna pietà. 17 ragazzi innamorati della libertà, più della loro stessa vita.

Nell’aprile del 2012 la Corte Federale di Buenos Aires ha condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità tredici ufficiali dell’Esma (l’Escuela de Mecànica de la Armada), scuola per la formazione degli ufficiali della marina argentina.

Due dei principi fondamentali del rugby sono il sostegno e l’avanzamento. Non si può andare avanti senza l’aiuto del proprio compagno. La squadra del rugby de La Plata, città dove sono nato, lo ha dimostrato sfidando uniti il regime militare argentino. La loro passionale e coinvolgente storia rivive oggi in teatro

Sergio Parisse, ex capitano della Nazionale italiana di rugby e terza linea centro del Toulon

La storia del club argentino è spettacolo teatrale.

Tra il 2015 e il 2017, Andrea Paolotti, portò in teatro, insieme ad Amnesty International e alla FIR (Federazione Italiana Rugby), la storia dei ragazzi de La Plata.

Estratto dello spettacolo teatrale di “Ma de Plata”

Mar de Plata è un racconto umanamente mastodontico, poderoso. Un racconto vero. Quei dieci minuti di silenzio fecero di quei ragazzi l’emblema della resistenza: un piccolo messaggio di forza, di ribellione

Andrea Paolotti, ideatore e attore dello spettacolo teatrale “Mar de Plata: gli angeli del rugby che osarono sfidare il regime argentino”

Locandina dello spettacolo teatrale “Mar de Plata” (Gazzetta dello sport)

Il rugby è uno sport che ha bisogno di tutto. Racchiude in sé due concetti fondamentali: pervincere c’è bisogno di una squadra e che ogni squadra abbia bisogno dei talenti. La cosa incredibile del rugby è che, per avanzare, bisogna passare la palla indietro, avanzando con il sostegno. Magari nel calcio può capitare che un giocatore vinca le partite da solo. Nel rugby no: nel rugby vince la squadra

continua Andrea

Nel proclamare il 6 aprile la Giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite fa emergere un aspetto molto importante e fondamentale: lo sport viene visto come strumento di pace e di legame tra i popoli.

I ragazzi del Rugby La Plata hanno incarnato perfettamente tale concetto: attraverso il rugby diedero vita ad una serie di resistenze, di battaglie senza armi, semplicemente sporcandosi le mani e correndo verso la meta e, verso quella meta, lottarono uniti per i diritti umani, contro le ingiustizie, non solo contro la dittatura che vigeva nel loro paese, bensì contro qualsiasi forma di ingiustizia.

Il nome di Raul, il sopravvissuto, l’ho conservato. Gli altri, carnefici e vittime, li ho ribattezzati: mi piaceva pensare che ognuno di loro avrebbe portato con sé, in questo libro, qualcosa in più del proprio nome, qualcosa in più della propria morte. Perché alla fine poco importa che quei ragazzi fossero argentini o siciliani. Importa come vissero. E come seppero di dire no

Charlotte, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia

Fonti

C.Fava (2013). Ma de Plata. Torino: Add editore

https://www.gazzetta.it/Rugby/29-10-2015/rugby-storia-17-desaparecidos-teatro-claudio-fava-novembre-130704093536.shtml

http://www.sport.governo.it/it/notizie/6-aprile-2021/

IL RACCONTO DEL ‘MAR DEL PLATA RUGBY’ CHE EMOZIONA LA PLATEA | FORMAT RIETI

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