La Rotta Balcanica: lo “scacchiere della disumanità”

Lascio il Pakistan, raggiunge la Grecia passando dall’Iran e dalla Turchia. Attraverso il confine con la Macedonia e quello con la Serbia. Poi vado in Ungheria e mi fotosegnalano. Mi sposto in Austria e da lì prendo un treno per Roma e poi già fino in Sicilia, perché, chi ci è passato prima di me, mi ha detto di andare a Caltanisetta

In Turchia a piedi fino ad un fiume, che ho attraversato in barca insieme ad altre 15 persone. Ho attraversato una foresta a piedi e poi mi sono salito su di me una macchina, ho passato la notte in una fattoria e poi ho visto l’alba ad Atene. Fino in Macedonia ci sono arrivato qui per 7/8 ore di fila fino ad una stazione e qua ho dovuto fare un’ardua scelta: prendere il treno diretto in Germania o prendere quello per l’Italia? Accetto consigli. Vado in Italia!

Ecco le parole di Saif, partito dal Pakistan nel 2014 e arrivato in Italia un anno dopo; Saif ce l’ha fatta, ma non tutte le migliaia di uomini, donne e bambini che ogni anno percorrono la Rotta Balcanica, animate dalla speranza di lasciarsi alle spalle guerre, persecuzioni e conflitti pluriennali, riescono a concretizzare il loro sogno. La loro unica possibilità per un futuro migliore. 

La Rotta Balcanica è ad oggi una delle più intense rotte migratorie per raggiungere l’Europa, che parte dalle terre di Siria, Iran, Afghanistan, Iraq e Pakistan, arrivando dapprima in Turchia e raggiungendo poi le isole greche, proseguendo poi verso il confine con la Macedonia, dove i migranti risalgono verso nord e raggiungono così la Serbia e l’Ungheria, e da lì il viaggio dovrebbe continuare verso i paesi del Nord Europa.

I Balcani, ponte tra oriente e occidente, non sono nuovi a questo fenomeno migratorio, cominciato a partire dagli anni Novanta durante la dissoluzione della Jugoslavia e andando sempre più a intensificarsi negli anni seguenti. Una profonda accelerazione è datata 2012, quando fu introdotto un sistema che permetteva agli abitanti di Serbia, Bosnia, Albania, Montenegro e Macedonia di entrare nell’Unione Europea senza bisogno di ottenere il visto.

Ma dai 6390 migranti che attraversarono la Rotta in quell’anno, con la guerra civile in Siria e il deterioramento della situazione politico sociale in Iraq e Afghanistan, il numero è lievitato nel corso del tempo fino ad arrivare a 764.033 persone attraversanti la rotta nel 2015.

È proprio il 2015 l’anno di svolta della Rotta Balcanica, che in risposta all’intensificarsi dei flussi ha visto i Paesi coinvolti prendere misure confuse e disomogenee, ma soprattutto disumane. La Bulgaria ha ampliato il muro di recinzione ai confini con la Turchia, l’Ungheria ha apposto fili spinati lungo le frontiere facendo così flettere i traffici verso Croazia e Slovenia, e la Macedonia che ha schierato il proprio esercito ai confini della Serbia e della Grecia.

Rotta Balcanica (RiVolti ai Balcani)

Tra campi profughi improvvisati e sovraffollati, violenze della polizia, discriminazioni e un generalizzato clima di tensione, incertezza e disordini, l’Unione Europea ha così avviato le prime trattative con la Turchia alla fine del 2015. Si è arrivati nei mesi seguenti alla formalizzazione dell’accordo, 18 marzo 2016, tra Paesi Europei e autorità turche, volto a chiudere almeno formalmente la Balkan Route.

Campo profughi, la mattina dopo lo sgombero (RiVolti ai Balcani)

L’accordo di fatto andava a esternalizzare la gestione delle politiche migratorie comunitarie, ovvero l’Unione Europea si impegnava a fornire fondi alla Turchia per far fronte all’accoglienza dei profughi, inoltre, sempre alla Turchia è stato richiesto di imporre regole più stringenti per il rilascio di visti e permessi di residenza ad alcuni migranti e di rimpatriare i non qualificati a richiedere protezione internazionale.

Gli effetti dell’accordo sono stati immediati ed evidenti, il flusso ha rallentato già nel 2016 con un numero di 130.325 migranti, giungendo poi a 12.179 nel 2017 e solo a 5.860 persone nel 2018.

Ma a che prezzo? Dove sono ad oggi tutte le persone che sono state bloccate?

Le fototessere di un migrante ritrovate lungo la strada verso il confine croato nell’area di Glinica (RiVolti ai Balcani)

Il fenomeno infatti non si è bloccato, ma ha subito una profonda trasformazione, vedendo dapprima gli stessi cittadini dei Balcani migrare verso altri paesi, ritrovandosi in seguito ad essere la tappa ultima del fenomeno e quindi a dover accogliere essi stessi altri flussi migratori.

A livello internazionale non sono mancate perplessità sin dalla stipulazione dell’accordo, considerando che la Turchia non applica le Convenzioni di Ginevra (anche note come Diritto delle vittime di guerra o Diritto internazionale umanitario) concedendo così ai migranti di risiedere per un dato periodo di tempo entro i confini nazionali ma senza riconoscere i diritti spettanti allo status di rifugiato politico.

Dai primi anni dell’accordo si è assistito a un’iniziale e progressiva diminuzione degli ingressi in Europa dalla Grecia ma nel 2019, con la sostanziale chiusura della Rotta del Mediterraneo Centrale, i numeri sono di nuovi aumentati. A giugno 2020 sono state registrate 121.000 persone, provenienti principalmente da Afghanistan e Siria, e circa un terzo del totale minori, di cui la metà al di sotto dei 12 anni.

In risposta al sopracitato accordo UE-Turchia sono stati creati centri di accoglienza e di identificazione nelle isole greche di Lesbo, Samos, Chios, Kos e Leros, e la procedura consiste nel concedere ai richiedenti asilo il trasferimento nell’area continentale solo dopo un esame della propria richiesta di protezione internazionale, viceversa vengono rimandati in Turchia.

Sono a Lesbo da quasi un anno. Non ho un documento. Mi sento uno zero, non ho mai il controllo della mia vita

Racconta Reza, proveniente dall’Afghanistan, perché così come lui migliaia di persone vivono un’attesa infinita per l’esito della domanda d’asilo, andando a generare una situazione di blocco in campi profughi più simili a prigioni, per mesi o anche anni.

La maggior parte dei richiedenti asilo e dei rifugiati è accolta in strutture sovraffollate con standard igienico-sanitari al di sotto dei minimi umanitari, ma va considerato anche lo scontro sociale che queste misure hanno generato, portando gruppi di estrema destra a mettere in pratica violenze contro richiedenti asilo, Ong, volontari e giornalisti. 

E’ da tre anni che aspetto i documenti. Datemi una risposta, non fatemi più aspettare. Va bene anche un no. Ma questa attesa perenne mi sta uccidendo. Questo sistema d’asilo europeo è stato costruito appositamente per far impazzire le persone

Ma anche gli altri Paesi coinvolti non sono esenti da controversie, in Ungheria è stata approvata una legge nel 2017 che prevede la detenzione automatica ai richiedenti che presentano domanda di protezione nelle zone di transito, zone di confine caratterizzate da numerose denunce di abusi e violenze da parte delle guardie di frontiera.  Situazione simile si rileva in Repubblica Ceca, con numerose denunce contro la polizia e una diffusa politica di detenzione a scopo espulsivo; e ancora in Slovenia con negazioni all’ingresso e respingimento automatico dei migranti, e infine in Serbia, dove i campi profughi sono sovraffollati e i migranti vengono deportati in Bulgaria e Macedonia.

La Rotta Balcanica non si è fermata, ha solo cambiato il proprio tracciato e un caso estremo di questa catastrofe umanitaria è rappresentato dai confini tra Croazia e Bosnia-Erzegovina, alle porte dell’Europa.

Il tratto di rotta che attraversa la Bosnia è particolarmente impervio, a causa della natura montuosa del territorio e dalla cattiva condizione della rete stradale e ferroviaria, ma dopo l’accordo con la Turchia è divenuta per i migranti l’unica percorribile. Il confine croato bosniaco rappresenta però l’ostacolo più grande, con la polizia di frontiera pronta a respingere, anche violentemente, chiunque cerchi di oltrepassarli.

Giovane egiziano cammina attraverso le montagne bosniache arriva in Croazia (RiVolti ai Balcani)

Amnesty International denuncia infatti le intimidazioni e le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti, nel report Pushed to the edge, sono raccolte testimonianze di migranti che hanno subito violenze, come manganellate, pestaggi, utilizzo di spray al peperoncino, oppure che hanno ricevuto l’ordine di camminare scalzi per chilometri lungo il confine, nel pieno dell’inverno piuttosto rigido della zona.

Coloro che invece riescono a sfuggire a tali trattamenti spesso si vedono negato il diritto di chiedere la protezione internazionale oppure si sono verificati casi in cui alcuni migranti sono stati privati dei documenti e trattenuti nelle stazioni di polizia di frontiera senza un giusto processo.

Si delinea quindi una situazione di respingimenti al confine croato e l’emergere di tendopoli in Bosnia, un paese che non ha le risorse per gestirle.

I respingimenti sono pratiche coercitive messe in atto da parte delle autorità di pubblica sicurezza con le quali viene impedito l’ingresso nel territorio di uno Stato a degli stranieri che cercano di entrarvi senza aver avuto il permesso; in altri casi si tratta di pratiche attraverso le quali vengono rimandati verso un altro Stato (normalmente quello confinante) coloro che sono già entrati all’interno del Paese.

Secondo i dati di Uhhcr sono più di 10.000 le persone che nel solo 2019 sono state respinte dalla Croazia in Bosnia, e i volontari del Border Monitoring Violence hanno raccolto 770 testimonianze di persone respinte dalla polizia croata con l’uso di cani o di armi a scopo intimidatorio.

Il 2 dicembre 2019 sei persone di origine siriana, due dei quali minori provenienti dalla città di Idilib, si trovavano nl bosco nei pressi di Pogledalo, in Croazia. Impossibilitati a proseguire il cammino per le avverse condizioni atmosferiche contattavano la polizia croata, chiedendo aiuto. Ignorando la richiesta di asilo dei cittadini siriani, gli agenti urlavano ed imprevano contro di loro e li costringevano a stendersi a terra, dando ordine al cane di attaccarli. Di fronte alla disperazione di uno dei minori cui il cane aveva sbranato il polpaccio, gli agenti ridevano ed incitavano l’animale a continuare per poi esclamare soddisfatti “dobro, dobro” (bene, bene). Dopo aver ancora colpito gli uomini ed i minori stesi a terra, sequestravano i loro telefoni, i soldi e gli oggetti di valore, li caricavano su un furgone e li scaricavano al confine bosniaco, da dove provenivano

In Bosnia invece la situazione è fuori controllo, i flussi incessanti vanno a complicare notevolmente una condizione politica e sociale già di per sé molto fragile, in cui le risorse sono scarse, i programmi welfare insufficienti e i centri di accoglienza non riconosciuti dal paese stesso. 

Sin dall’inizio del 2018 la Repubblica Serba di Bosnia, per voce del presidente Mirolad Dodik, aveva dichiarato di non volersi prestare ad alcuna forma di accoglienza, pertanto sono sorte tendopoli e accampamenti informali di migranti e richiedenti asilo gestiti in cui le persone vengono detenute senza acqua, cibo, elettricità, accesso ai servizi sanitari, e mettendo a serio rischio la loro sicurezza.  A poco è servito l’intervento dell’OIM (Organizzazione Internazionale delle migrazioni), di fatto diventata la responsabile del sistema di accoglienza nel Paese che gestisce direttamente i fondi dell’Ue; ma anche la soluzione di dare la logistica in mano all’OIM si è rivelata complessa e inefficace

Perché siamo sottoposti a trattamenti così disumani?

Lo chiede M’zia Jafari, 30 anni, nato in Afghanistan, ma la sua domanda rimane sospesa nel vuoto perché non esiste una risposta umana e dignitosa a queste atrocità.

Decine di migranti aspettano cibo in fila sotto la neve durante una distribuzione organizzata dalla Croce Rossa (Campo di Lipsia in Bosnia ed Erzegovina) (RiVolti ai Balcani)

L’attenzione sulla Rotta Balcanica è una priorità a livello internazionale, e sono numerose e preziose le persone e le organizzazioni che da anni chiedono a gran voce il rispetto dei Diritti Umani per i migranti nel cosiddetto “scacchiere della disumanità”. Tra esse nasce nel 2019 la rete “RiVolti ai Balcani”, composta da oltre 36 realtà e singoli impegnati a difesa dei diritti delle persone e dei principi fondamentali sui quali si basano la Costituzione Italiana e le norme europee e internazionali.

RiVolti ai Balcani chiede all’Unione europea, all’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, alla delegazione dell’Ue all’Alto rappresentante in Bosnia Erzegovina, all’International Organization for Migration, al Consiglio dei Ministri della Bosnia Erzegovina, alle autorità del Cantone Una Sana e del Comune di Bihać, che sia trovata una soluzione immediata all’attuale emergenza umanitaria in Bosnia, che siano individuate soluzioni di sistema a lungo termine che dotino il paese di un effettivo sistema di accoglienza e protezione dei rifugiati e che sia attivato un programma di evacuazione umanitaria e di ricollocamento dei migranti in tutti i paesi dell’Unione Europea. 

Elisa, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia

Fonti

https://www.progettoitacaonlus.it/la-rotta-balcanica/

https://www.amnesty.it/rivolti-ai-balcani-la-rete-per-i-diritti-lungo-la-rotta-balcanica/

https://www.amnesty.it/bosnia-rivolti-ai-balcani-chiede-che-si-fermi-lo-scacchiere-della-disumanita/

https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-2019-2020/europa-e-asia-centrale/croazia/

https://www.cir-onlus.org/rotta-balcanica/

https://lungolarottabalcanica.wordpress.com/la-rotta-balcanica/

https://www.asgi.it/notizie/rotta-balcanica-marcia-senza-diritti/

https://www.borderviolence.eu/violence-reports/december-3-2019-0400-zeljava-air-base-hr/