Le violazioni dei diritti umani in Palestina e la Corte Penale Internazionale

How would it be, to be an animal.

To be a lion and hunt and kill.

To be a zebra, to be hunted and killed.

To be a giraffe with long neck that can see over everything.

To be a rabbit, playful, fast and funny.

To be an eagle and rule the sky and be free with no limits

How would the world look if we all turn into animals

Fauna, di Jamal (Betlemme)

Luogo di nascita del monoteismo, il retaggio storico-culturale della ‘Terra Santa’ è incommensurabile: in essa, le tre maggiori fedi monoteistiche del mondo – l’Islam, l’Ebraismo e il Cristianesimo – affondano le proprie radici.

(Amnesty International)

La Città Vecchia di Gerusalemme rappresenta infatti un’eccezionale testimonianza di convivenza e coesistenza interreligiosa, da cui emerge un’atmosfera assolutamente unica ed affascinante, un misto di sacralità, magia ed emozione. Eppure, bastano solo pochi passi oltre la cinta muraria della Città Vecchia per rendersi conto di quanto quell’emozionante coesistenza sia in realtà solo apparente.

Per quanto immaginaria, la linea che separa Gerusalemme Ovest, controllata da Israele, da Gerusalemme Est, controllata dall’Autorità Nazionale Palestinese, è evidentissima e ben rappresenta le dinamiche di uno dei conflitti sociali, economici e culturali più complessi e strazianti della nostra storia.

Il conflitto Israelo-Palestinese ha radici profonde che risalgono alla fine del XIX° secolo con, da una parte, la nascita del Sionismo, come ideologia e movimento teso all’autodeterminazione e alla creazione di uno Stato ebraico in ‘terra promessa’, e, dall’altra, con l’affermazione di un sentimento patriottico e di nazionalismo degli arabi palestinesi che da secoli abitavano il territorio.

Il duro ed inevitabile scontro tra questi due fenomeni propulsivi, gli strascichi della fine del colonialismo europeo in Medio Oriente, le implicazioni più o meno dirette delle tragiche sorti della seconda guerra mondiale ed i conseguenti, ripetuti (ed inefficaci) interventi delle Nazioni Unite hanno contribuito a determinare quella che è, tutt’oggi, la realtà di una terra teatro di quotidiane ed indisturbate violazioni del diritto internazionale, del diritto internazionale umanitario (ius in bello, il diritto della guerra) e, specialmente, dei diritti umani del popolo palestinese.

Il conflitto Israelo-Palestinese rappresenta un esempio tristemente evidente (il primo, dalla nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 1945) di come i diritti umani, proclamati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e da diversi Patti e Convenzioni internazionali legalmente vincolanti, possano essere violati impunemente in base a rapporti di forza fra stati e ad interessi politici ed economici.

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite stabilì il cosiddetto ‘piano di partizione’, definendo l’esistenza di due stati, uno arabo ed uno ebraico, e delimitandone i relativi confini. Ciononostante, ad oggi, la risoluzione non è ancora stata implementata. Al contrario, dal 1967, lo Stato di Israele continua ad occupare illegalmente i Territori Palestinesi – quelli a cui oggi ci riferiamo come Cisgiordania e Gaza – infrangendo così diversi principi basilari del diritto internazionale ed internazionale umanitario, nonché le risoluzioni adottate non solo dall’Assemblea Generale ma anche dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Così, da ormai oltre 50 anni, Israele porta avanti una politica illegale di occupazione dei Territori Palestinesi, in cui i diritti umani vengono quotidianamente calpestati. In Cisgiordania e a Gerusalemme Est, le pratiche illecite di confisca ed espropriazione di beni e terreni sono all’ordine del giorno e comportano la sistematica demolizione ed il conseguente sfollamento dalle case e dai terreni di migliaia di Palestinesi, lasciati spesso senza compensazione ne’ indennizzi; lasciati, semplicemente, senza più nulla.

Occupazione di Israele nei territori Palestinesi (Amnesty International)

I terreni sgomberati, in particolare in Cisgiordania, vengono occupati ed utilizzati illegalmente per creare insediamenti israeliani. Basta uno sguardo neanche troppo attento per imparare a distinguere gli insediamenti israeliani da villaggi e piccole comunità palestinesi: se i primi si distinguono per essere costituiti da blocchi di edifici nuovi, ben curati, con strade ampie ed illuminate, normalmente collocati in posizioni strategiche (in alto, su rilievi collinari), i secondi si individuano inequivocabilmente dalla presenza di taniche d’acqua (spesso bucate da colpi di proiettile) e, per i più fortunati, piccoli generatori di corrente sui tetti delle case, utili a prevenire le frequenti situazioni in cui acqua corrente ed elettricità vengono tagliate.

Inoltre, dal 2002 ad oggi, il muro di separazione (o barriera di sicurezza, secondo la narrazione israeliana) continua implacabilmente ad allungarsi, nonostante la sua costruzione sia stata dichiarata illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia.  Il muro, che, come sostiene Israele, servirebbe a prevenire gli attacchi palestinesi, corre per l’85 per cento del suo percorso su terre palestinesi, anche ben all’interno della Cisgiordania, ed il suo tracciato sembra essere concepito appositamente per escludere l’accesso ai palestinesi a zone di culto islamico (ad esempio, la tomba di Rachele) e ad aree che potrebbero rivelarsi fonte di reddito per le famiglie palestinesi, come i campi d’ulivi.

Oltre a dividere le comunità palestinesi le une dalle altre e a separare le famiglie, pregiudica il diritto alla libertà di movimento dei palestinesi all’esterno della Cisgiordania, che continua ad essere soggetto al rilascio più o meno arbitrario da parte delle autorità israeliane di permessi di lavoro che consentano l’attraversamento, dopo ore di attesa in fila, di uno degli innumerevoli checkpoints situati lungo il muro.

Occupazione israeliana in Palestina (Amnesty International)

Sulla Striscia di Gaza, invece, da ormai 16 anni vige l’embargo territoriale, aereo e marittimo imposto illegalmente da Israele, che, sulla base di motivazioni di prevenzione al terrorismo di Hamas (gruppo che attualmente controlla la striscia) all’interno del suo territorio, di fatto decide ed ha il totale controllo su qualsiasi individuo, bene e mezzo in entrata e/o uscita dal territorio controllato.

Evidenti sono le gravissime e debilitanti conseguenze di tale embargo sulla libertà di movimento individuale, sulla capacità di sviluppo socioeconomico e del sistema sanitario, così come sulla sussistenza di forniture di beni essenziali e non. Questi fattori influiscono direttamente e aggravano la profonda crisi umanitaria a Gaza.

La zona è inoltre molto spesso terreno di scontri e di rapide escalation di violenza; gli attacchi indiscriminati attraverso lanci di missili (sia in partenza sia in arrivo) sono frequenti e minacciano quotidianamente la popolazione civile. In particolare, tra il 2018 e il 2019, nell’ambito della serie di proteste a favore del riconoscimento del ‘diritto al ritorno’ dei rifugiati palestinesi nelle proprie case e villaggi – la cosiddetta Grande Marcia del Ritorno – migliaia di palestinesi a Gaza sono stati uccisi o feriti gravemente.

Dal terribile e lacerante quadro che emerge dell’attuale situazione nei Territori Palestinesi, appare evidente come la politica di occupazione israeliana sia in realtà parte di un molto più vasto, silenzioso e logorante piano di annessione totale ed estensione territoriale, in violazione di un principio fondamentale del diritto internazionale vigente, come recentemente ribadito da un gruppo di esperti indipendenti incaricati dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU, secondo cui:

L’annessione dei territori occupati è una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite e delle Convenzioni di Ginevra ed è contraria alle norme fondamentali più volte affermate dal Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, secondo cui l’acquisitzione di territori con la guerra o con la forza è inammissibile. La comunità imnternazionale ha vietato l’annessione proprio perché incita a guerre, devastazioni economiche, instabilità politica, sistematiche violazioazioni dei diritti umani e diffuse sofferenze

Come sottolineato dagli esperti, l’estrema vulnerabilità causata dall’occupazione militare apre la strada alla perpetrazione di innumerevoli altre violazioni connesse dei diritti umani, a violenza, sofferenza e oppressione.

Quanto descritto è ampiamente documentato da rapporti di Amnesty International, Nazioni Unite, Unione Europea ed altre organizzazioni non governative. Eppure, le violazioni continuano a consumarsi quotidianamente e alla luce del giorno, sotto gli occhi ben informati della comunità internazionale che però, per indifferenza, incapacità o opportunità politica, troppo spesso sceglie di girarsi dall’altra parte.

I recenti sviluppi dell’intervento della Corte Penale Internazionale (CPI), organo giurisdizionale internazionale competente per giudicare i crimini più gravi – crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio -, hanno però finalmente aperto la strada alla fine dell’impunità delle violazioni commesse all’interno dei Territori Palestinesi Occupati, restituendo un bagliore di speranza al popolo palestinese.

Già a dicembre 2019, il procuratore della CPI, Fatou Bensouda, aveva affermato l’esistenza di elementi giuridici ragionevoli per l’apertura di un’indagine circa la presunta commissione di crimini di guerra e contro l’umanità all’interno dei Territori Palestinesi Occupati. Ora, bisogna ricordare che la giurisdizione della Corte si estende unicamente su territori di stati parte dello Statuto e solo a partire dalla data di accesso dello stato, nel caso della Palestina avvenuto nel 2015 (con effetto retroattivo al 2014).

Solo dal 2014 in poi, secondo gli elementi evidenziati dalla Bensouda, le forze israeliane avrebbero ripetutamente lanciato attacchi sproporzionati e deliberatamente ucciso o ferito gravemente civili sia durante le ostilità del 2014 sia nel corso delle proteste della Grande Marcia del Ritorno. In altre occasioni, membri di Hamas e altri gruppi armati palestinesi avrebbero lanciato attacchi contro civili e fatto uso di scudi umani. Inoltre, membri delle autorità israeliane avrebbero commesso crimini di guerra in relazione al trasferimento di parti della propria popolazione civile all’interno del territorio occupato.

Tuttavia, a causa delle controversie circa la delimitazione dei confini dei territori e, specialmente, circa la statualità della Palestina, la Corte aveva ritenuto necessaria una pronuncia preliminare riguardo alla questione di giurisdizione territoriale.

Il 5 febbraio scorso, la Camera preliminare ha risolto positivamente la questione giurisdizionale e le conseguenze della decisione sono particolarmente rilevanti: oltre ad aver autorevolmente riaffermato il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza del popolo palestinese, la Camera ribadisce che i confini della Palestina coincidono con quelli pre-occupazione militare del 1967, rendendo di fatto prive di legittimità le successive annessioni israeliane (ripetutamente sostenute, peraltro, dall’amministrazione Trump). Inoltre, la decisione sembra risolvere implicitamente la questione circa l’effettiva natura di stato della Palestina, riconoscendone l’esistenza – dato che unicamente gli stati possono accedere allo Statuto di Roma della CPI ed accettarne la giurisdizione. Da un punto di vista politico, quest’affermazione, seppur implicita, rappresenta un passo in avanti fondamentale per l’avanzare delle richieste a livello internazionale da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese.

A seguito del via libera della Camera preliminare, il 3 marzo 2021, il procuratore della CPI ha ufficialmente annunciato l’apertura delle indagini sui crimini commessi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.

Se in Palestina l’annuncio è stato accolto come un evento dalla portata quasi rivoluzionaria, con positività e grande clamore, la dura reazione da parte di Israele era prevedibile e le accuse di antisemitismo nei confronti del procuratore non si sono fatte attendere. Altrettanto prevedibilmente, Israele, non essendo parte dello Statuto e non avendo mai accettato la giurisdizione della CPI sul proprio territorio, cercherà in ogni modo di ostacolare le indagini, impedendo la raccolta delle prove a carico di israeliani e, in caso di mandato d’arresto, la loro cattura e consegna per il regolare svolgimento del processo.

A questo proposito, anche la reazione degli Stati Uniti, storico alleato di Israele, è da segnalare. Infatti, nonostante il tentativo del neoeletto Presidente Biden di porsi sempre in posizione di netta discontinuità rispetto all’amministrazione precedente, gli Stati Uniti hanno subito espresso la propria ferma contrarietà all’avvio delle indagini ed il supporto ad Israele. Biden ha inoltre già chiarito che non revocherà le ultime controverse mosse strategiche (ad inequivocabile supporto di Israele e illegittime secondo il diritto internazionale) portate avanti da Trump. A quanto pare, se la fine dell’era Trump ha, perlomeno, spazzato via con sé la proposta di un piano di risoluzione del conflitto assolutamente iniquo e sbilanciato a favore di Israele, lo stesso non si può dire di quel rapporto secolare, basato su interessi politici ed economici, che intercorre tra queste due potenze mondiali e che così spesso in passato ha contribuito, attraverso l’espressione del diritto di veto degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, all’immobilismo della comunità internazionale e alla perpetuazione delle violazioni dei diritti del popolo palestinesi.

In ogni caso, la portata delle recenti decisioni della CPI è inequivocabile. Migliaia di vittime, fino a ieri ‘formalmente inesistenti’, avranno finalmente accesso alla giustizia, al riconoscimento della verità e del loro diritto alla giusta compensazione. A giugno, il neoeletto procuratore britannico Karim Khan subentrerà a Fatou Bensouda: a lui spetterà l’arduo compito di proseguire queste difficoltose indagini, di portare a processo i responsabili dei crimini commessi nei Territori Palestinesi Occupati e di assicurare la giustizia.

Qualsiasi sarà la sorte di queste indagini, certamente non sarà sufficiente. Le violazioni dei diritti umani e la straziante sofferenza del popolo palestinese persisteranno fino a quando persisterà l’occupazione militare israeliana. Non abbandoniamoci alle conseguenze dell’immobilismo e dell’indifferenza, la responsabilità sta in capo ad ognuno di noi. Mobilitiamoci affinché le cose cambino davvero: la consapevolezza è il primo passo!

We know too well that our freedom is incomplete without the freedom of the Palestinians

Nelson Mandela

Emilie, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia

Fonti

UN Resolution 181 (II) of the General Assembly, 29 November 1947

I.C.J., “Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territories”, Advisory Opinion

https://www.ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=25960&LangID=E

https://www.icc-cpi.int/Pages/item.aspx?name=210303-prosecutor-statement-investigation-palestine

https://www.amnesty.org/en/countries/middle-east-and-north-africa/palestine-state-of/report-palestine-state-of/

Basta sostenere gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati – Amnesty International Italia

Occupazione Cisgiordania: la vita nei territori occupati (amnesty.it)

Israele e Palestina: ripetute violazioni dei diritti umani – Ius in itinere

Indagine della Cpi sui crimini in Palestina: una spina nel fianco per Israele (affarinternazionali.it)

“Insieme per la giustizia e il rispetto dei diritti umani in Palestina” – Articolo21

Decolonizing the ICC: The Situation in Palestine and Beyond (justsecurity.org)

Analysis: Why Joe Biden will not change Palestinian lives | Benjamin Netanyahu News | Al Jazeera

ICC prosecutor opens war crimes probe in Palestinian territories | Gaza News | Al Jazeera

ICC’s ‘territorial jurisdiction’ extends to Palestinian areas | Human Rights News | Al Jazeera