Per costruire il futuro, dobbiamo proteggere il passato

12 dicembre 2019: a Wuhan le autorità sanitarie indagano su un gruppo di pazienti con polmonite virale. La maggior parte di loro ha in comune la visita al mercato di frutti di mare della città, noto per vendere pollame, pipistrelli, serpenti e animali selvatici.

31 dicembre 2019: la Commissione Sanitaria Municipale di Whan, in Cina, segnala all’Organizzazione Mondiale della Sanità un cluster di casi di polmonite ad eziologia ignota nella città.

10 Gennaio 2020: i ricercatori cinesi riferiscono la sequenza dell’ RNA virale, la carta d’identità del nuovo virus.

20 Gennaio 2020: la China’s National Health Commission conferma che il nuovo virus si trasmette da persona a persona. Viene confermata la nascita di una nuova malattia con il nome di COVID-19.

23 Gennaio 2020: inizia il primo lockdown di massa della storia, a Wuhan.

20 Febbraio 2020: viene identificato il primo caso italiano a Codogno. É l’inizio della pandemia in Italia.

8 Marzo 2020: inizio del primo lockdown in Italia.

11 Marzo 2020: l’OMS dichiara lo stato di pandemia.

Queste e altre date che si susseguiranno le conosciamo ormai bene.

È una storia che stiamo vivendo da più di un anno, che si è trasformata in un presente sempre uguale, il nostro presente. Tuttavia ci sono storie di questa pandemia che conosciamo poco o per nulla. Magari sappiamo alcuni dati, alcuni fatti. Numeri per lo più. Ma dietro a questi numeri ci sono volti, mani, persone, vite. E raccontare queste vite, intrecciarle ai fatti accaduti e cercare risposte è stato l’obiettivo che si è posta la sezione italiana di Amnesty International nello stilare “Abbandonati”, il report sulle violazioni dei diritti umani nelle strutture di residenza sociosanitarie e socio-assistenziali italiane durante la pandemia da COVID-19.

Noi nelle RSA siamo stati abbandonati; siamo stati messi in situazioni ad alto rischio per le quali non avevamo le capacità e non abbiamo ricevuto alcuna guida, nessun supporto

Direttore di una RSA di Milano

I presidi residenziali sociosanitari e socio-assistenziali per persone anziane sono strutture che erogano servizi residenziali di assistenza a persone anziane, prevalentemente non autosufficienti. Assumono forme e denominazioni diverse su base regionale, in Lombardia per esempio vengono denominate residenze sanitarie assistenziali (Rsa). Questi presidi possono essere pubblici (26%), privati non profit (48%) e privati for profit (circa il 25%).

L’Italia ha la più alta percentuale di persone anziane in Europa, ma uno dei livelli più bassi di disponibilità di posti letto in presidi residenziali sociosanitari: 18,6 posti letto per 1000 persone anziane, paragonato a una media europea di 43,8.

Circa il due per cento delle persone anziane in Italia vive in strutture di residenza sociosanitarie, la maggioranza nel nord del Paese. I presidi residenziali sociosanitari e socio-assistenziali, secondo gli ultimi dati Istat disponibili (relativi al 2015), sono 12.828 e dispongono di un totale di 390.689 posti letto con 382.684 assistiti. Oltre il 75% di questi ha almeno 65 anni e 218.000 sono non autosufficienti.

Negli ultimi anni, l’aumento dell’età media della popolazione e un incremento della diffusione di patologie croniche, ha fatto salire il numero di persone anziane non autosufficienti. Nonostante questo, gli anziani non autosufficienti raggiunti dai servizi residenziali e diurni sono rimasti gli stessi nel tempo, riuscendo a coprire solo una parte del bisogno effettivo. Oltre al mancato adeguamento dei posti letto, si aggiungono le criticità croniche del servizio sanitario residenziale: fondo sanitario regionale insufficiente a coprire i costi, carenza di personale, condizioni di lavoro difficili e assistenza inadeguata, provvedimenti disciplinari e licenziamenti.

Tutto questo è emerso con maggiore chiarezza quando il COVID ha cominciato a prendere piede nelle strutture residenziali italiane.

La fase iniziale della pandemia da COVID-19, nei primi mesi del 2020, ha fatto registrare in Italia il numero più elevato di casi in Europa, concentrati per la maggior parte in una ristretta area del nord. La regione più colpita è stata la Lombardia, dove è stato registrato un terzo del totale dei casi e la metà di tutti i decessi da COVID-19 in Italia.

Ed è proprio in Lombardia, tra il 19 e il 21 febbraio dell’anno scorso, che si sono diagnosticati i primi casi di COVID e le prime morti in Italia, seguiti poi da una rapida crescita di contagi e di decessi, sia nelle comunità sia tra le persone anziane residenti in strutture sociosanitarie e socio-assistenziali. Nel solo mese di marzo, la Lombardia ha registrato un aumento dei decessi del 186,5% rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. L’incremento è ancora maggiore tra i decessi di ospiti in strutture residenziali sociosanitarie per persone anziane: un aumento del 270% nelle strutture dell’area di Milano e del 702% nella bergamasca. Sulle 16.262 persone decedute con COVID-19 in Lombardia alla fine di maggio, 3139 (il 19%) sono morte in strutture per persone anziane.

Il rapporto di Amnesty si è concentrato sulle strutture sociosanitarie e socio-assistenziali di 3 regioni: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, le più colpite nella prima fase della pandemia. Il rapporto presenta i risultati dell’attività di ricerca condotta tra luglio e dicembre 2020. In totale sono state realizzate 87 interviste e raccolte numerose testimonianze scritte provenienti da familiari di persone anziane decedute, ammalate o residenti nelle strutture, associazioni di familiari, personale dirigenziale e operatori/rici sanitari/e, rappresentanti delle associazioni delle categorie professionali coinvolte, sindacati, avvocati, giornalisti/e, esperti/e del settore sociosanitario.

Nella popolazione generale, nel mese di marzo del 2020, periodo di picco della pandemia, la Lombardia ha registrato il più grande incremento in numero di decessi rispetto alla media 2015-2019: +190%, seguita dall’Emilia Romagna con +71%; il Veneto, invece, è l’ottava regione per eccesso di decessi, con il 25%. Dai grafici, si può vedere il rapporto tra persone decedute per Covid-19 tra la popolazione delle 3 regioni e i corrispettivi decessi nelle case di riposo.

Dati statistici Lombardia (Amensty International)

Dati statistici Veneto (Amnesty International)

Dati statistici Emilia Romagna (Amnesty International)

Sorgono spontanee due domande: come e perché.

Come sia stato possibile far arrivare il virus all’interno delle strutture per anziani, già fragili per definizione, e perché, una volta scoperto e individuato, non si siano adottate misure efficaci per bloccarlo.

Tra i fattori che hanno portato al tragico esito possiamo riscontrare:

  • L’intempestiva chiusura alle visite esterne, che viene decretata tardivamente, alcune settimane dopo l’interruzione delle visite negli ospedali, decisa per il 22 di febbraio. Durante questo periodo scoppiano i focolai e si propagano i contagi nelle strutture. Solo il 4 marzo, con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, viene bloccato su scala nazionale “l’accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungodegenza, residenze sanitarie assistite e strutture residenziali per anziani”, concedendo però alle direzioni sanitarie il potere discrezionale di decidere. Inoltre non vengono sospese le attività dei centri diurni per anziani e per persone con disabilità, le quali proseguono fino al 17 marzo. Questo avviene nonostante l’8 marzo il presidente del Consiglio dei ministri avesse decretato il lockdown nazionale.

  • Pazienti dimessi dagli ospedali e trasferiti nelle case di riposo o ancora positivi, anche se non più in fase acuta, o presunti non Covid, anche se non sempre sottoposti a test negativi e a procedure di isolamento.

  • La tardiva fornitura di dispositivi di protezione individuale agli operatori sanitari e agli ospiti, arrivati spesso a fine aprile, quando ormai il picco dei contagi era in calo, l’assenza di chiare indicazioni e formazioni sul loro corretto utilizzo e il “consiglio” di limitare l’uso delle mascherine per non creare panico negli utenti e le loro famiglie.

  • Il ritardo nell’esecuzione dei tamponi, sia sui pazienti che sul personale sanitario, anche questi disponibili verso la metà di aprile.

  • Carenza di personale a causa di malattia e quarantena.

  • Inefficienza o assenza di misure precauzionali adeguate, come isolamento e separazione totale dei reparti Covid e del personale ad essi dedicato.

  • Carenza o assenza di supporto e orientamento da parte delle istituzioni territoriali competenti.

  • Carenza o assenza di personale medico specialistico.

  • Ritardi e ostacoli nell’accesso agli ospedali degli anziani più gravi.

  • Carenza o assenza di controlli volti a verificare la corretta attuazione dei requisiti per il contenimento del virus.

Tutto ciò dimostra la diversa priorità e importanza data a questa tipologia di presidi rispetto a quelli ospedalieri, nonostante la popolazione anziana fosse stata dichiarata dall’OMS tra le più vulnerabili al virus fin dall’inizio della pandemia. Come se fossero pazienti di serie B, “sacrificabili”.

Qui il virus è scoppiato il 13 marzo, dopo l’arrivo di pazienti dal pronto soccorso. Il 13 marzo abbiamo ricevuto 17 pazienti. Ci hanno detto e ripetuto che non erano pazienti COVID, ma come potevamo saperlo se non erano mai stati sottoposti al test? A due giorni dai nuovi arrivi, si sono ammalati il medico, il caposala, e due altri operatori di assistenza del mio reparto….Continuavano a dirci che non erano pazienti COVID e che avevamo introdotto noi il virus dall’esterno. Il personale non era stato informato della possibile positività di questi pazienti dimessi dagli ospedali. Inoltre, molti infermieri venivano costantemnte spostati nei vari reparti della RSA e non era possibile tenere sotto controllo nulla

Operatore sanitario di una RSA di Milano

La parente di una donna deceduta in una Rsa milanese ha raccontato ad Amnesty:

A fine marzo è stata mandata in pronto soccorso per un’emorragia cerebrale; non ho saputo le cause, lei non ricordava di essere caduta. Non mi hanno dato spiegazioni, la dottoressa che ha sostituito la precdente non aveva seguito il caso, quindi non mi ha saputo dire nulla. Non mi hanno avvisata: il giorno in cui è andata al pronto soccorso ho chiamato più volte ma mi dicevano di chiamare più tardi, alla fine mi hanno detto che la stavano portando al pronto soccorso. E’ stata subito dimessa e riportata in struttura. Da quando le hanno diagnosticato la polmonite [il tampone che ha confermato il COVID-19 è stato eseguito solo a fine aprile, ndr] hanno cominciato a dirmi di prepararmi al peggio, che non c’era molto da fare. Io insistevo per farla mandare in ospedale, ma senza successo. Mi rispondevano che avevano tutte le attrezzature, che la potevano curare allo stesso modo. Le hanno somministrato antibiotici, fermenti lattici e altri medicinali contro la diarrea. Basta, perché non poteva essere trattata con farmaci che avevano un’influenza diretta sulla coagulazione del sangue. Non mi spiegavano nulla in modo chiaro. Il 7 maggio mi hanno detto che l’avrebbero mandata in ospedale a causa di una gamba gondia, mentre pare avesse una trombosi, forse causata proprio dal COVID-19. Io ho chiamato [l’ospedale] Niguarda e mi hanno detto che l’avrebbero visitata e poi dimessa e rimandata in RSA. Una dottoressa, con la quale dopo il decesso insistevo sulla mandacata ospedalizzazione, mi ha risposto che io non avevo idea di cosa ci fosse in ospedale a fine marzo, quando lei aveva avuto l’emorragia

Testimonianza raccolta da Amnesty International di un’operatrice sociosanitaria dell’Emilia Romagna:

Vedevamo persone che si spegnevano, che non venivano mandate in ospedale se non quando stavano per morire. Ci sentivamo inascoltati, perché segnalavamo al medico di reparto il fatto che alcuni ospiti non stessero bene ma non venivano ricoverati. Molti miei colleghi sono profondamente traumatizzati da ciò ca cui hanno assistito, quando i ricoveri non avvenivano neppure alla fine. In alcune tipologie di strutture non era possibile garantire loro le cure adeguate ad affrontare più “dolcemente” quel momento

Sebbene attualmente nelle Rsa non persista più quello stato di emergenza visto l’anno scorso, anche grazie alla campagna vaccinale cominciata proprio dagli ospiti delle case di riposo e dagli operatori sanitari, la situazione resta critica.

Perché se è vero che molti meno pazienti muoiono di Covid, è anche vero che ormai da più di un anno le persone anziane in generale, e gli ospiti delle strutture residenziali in particolare, vivono in isolamento e solitudine.

La mancanza di stimolo e contatto sociale dovuti alla chiusura delle visite, alla sospensione delle attività sociali e ricreative, quali esercizi per la psicomotricità, all’impossibilità di compiere passeggiate o altre modalità di movimento sono sfociate in un peggioramento delle condizioni di salute fisica e mentale degli anziani residenti. I famigliari testimoniano un deterioramento, da lieve a grave, delle condizioni pregresse del paziente, soprattutto nei casi di patologie quali Alzheimer e altre forme di demenza. In alcuni casi gli ospiti avrebbero smesso di nutrirsi o di parlare e non sarebbero più in grado di riconoscere i parenti in visita o avrebbero perso la capacità di deambulazione a causa dell’interruzione della fisioterapia.

La figlia di un’ospite in una struttura lombarda racconta:

La prima volta è stato un trauma rivederla, lei non parlava e non reagiva, non mi credeva che fossi sua figlia. Dopo 20 minuti ha capito che ero io, poi mi ha chiesto “come stai?”. Quando la vediamo dal vivo spesso ha le mani sul viso, come una persona disperata

Posso solo immaginare quanto sia difficile vedere tuo padre e non poterlo abbracciare, non poter giocare col nonno, non poter vedere il sorriso di tua madre perché coperto da una mascherina, non poter stringere la mano a tuo figlio, vedere i tuoi nipoti solo da uno schermo. E tutto questo non sapendo quando finirà, se riuscirai a vederne la fine, se avrai la possibilità di essere accanto al tuo caro quando arriverà il momento dei saluti.

Sulla base di quanto emerso dalle inchieste e dalle ricerche, Amnesty International Italia ribadisce la necessità, tramite un appello dedicato, che le autorità sia nazionali che locali attuino misure le quali assicurino che la risposta alla pandemia rispetti i diritti umani fondamentali delle persone residenti nelle case di riposo.

In particolare bisogna garantire loro il diritto alla migliore assistenza possibile, l’accesso non discriminatorio alle cure, delle modalità di contatto regolare con le famiglie.

Amnesty chiede, inoltre, che le autorità assicurino la trasparenza sui dati relativi alla gestione della pandemia nelle Rsa, insieme ad un’inchiesta pubblica e indipendente che chiarisca le responsabilità e porti avanti misure effettive per superare le criticità riscontrate.

Veronica, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia

Fonti

Cronologia – COVID Reference

Covid-19: la pandemia in 10 date da ricordare | Fondazione Umberto Veronesi (fondazioneveronesi.it)

report-rsa-anziani-.pdf (d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net)

“Abbandonati”: il rapporto sulle violazioni dei diritti umani nelle case di riposo italiane durante il Covid-19 – Amnesty International Italia

Firma per il diritto alla salute degli anziani nelle case di riposo – Amnesty International Italia