Zehra Doğan: Prigione n.5

Sono in prigione ma non sono prigioniera. Ogni giorno stiamo dimostrando che l’arte e il giornalismo non possono finire in carcere. Continuremo a lottare e a dire che il “giornalismo non è un reato” fino a quando tutti i giornalisti non saranno liberi

Zehra Doğan

Questa è la storia di una minoranza, la storia di una nazione che no, non possiamo ignorare.

Non possiamo ignorare la storia di un popolo, il popolo Curdo, un popolo senza patria, spesso dimenticato nell’elenco dei senza terra, un popolo senza voci, le voci del Kurdistan.

Per Kurdistan si intende un’area vasta circa 450.000kmq, abitata dalla popolazione di etnia curda, ma divisa tra Turchia, Iraq ,Siria ed Iran. La maggior parte del Kurdistan è situata all’interno dei confini turchi per un’area di circa 230.000kmq .

La posizione geopolitica dell’area ha condizionato molto le vicissitudini del popolo curdo, impedendone l’unità politica. Le forti limitazioni imposte dall’impero ottomano all’inizio del XIX sec. ai privilegi ed all’autonomia degli stati curdi provocarono numerose rivolte che avevano come obiettivo l’unificazione del popolo curdo e la sua autonomia. Con la prima Guerra Mondiale, che decretò la fine dei grandi imperi, sembrava possibile la nascita di uno stato curdo. Il trattato di Sévres, firmato il 10 agosto 1920, prevedeva che nell’Anatolia orientale sarebbero stati creati un Kurdistan autonomo, oltre che uno Stato indipendente di Armenia.

Questa volta fu l’ostracismo della nascente Repubblica turca, ad impedire la formazione di uno stato curdo autonomo.

Il trattato di Losanna, firmato nel 1923 cancellò il trattato di Sèvres. Fu allora che i territori abitati dalla popolazione di etnia curda vennero spartiti tra Turchia, Siria, Iran ed Iraq.

Da quel momento i curdi sono costantemente in lotta affinché venga riconosciuto loro il diritto di poter dare vita ad un proprio Stato, subendo una forte repressione che ha costretto una parte di questo popolo a una sorta di diaspora lontano dalle proprie terre. In Turchia, viste le tante discriminazioni subite con tanto di proibizione dei cognomi curdi così da cercare di cancellare l’identità del popolo, negli anni ‘80 nacque il gruppo di ispirazione marxista PKK guidato da Abdullah “Apo” Öcalan che iniziò una lotta armata contro il governo centrale di Ankara. Il suo progetto rivoluzionario prevedeva la creazione di una repubblica curda in territorio turco per arrivare poi all’unificazione dell’intero Kurdistan. Ma la Costituzione turca del 1982 vietava l’uso della lingua curda e criminalizzava ogni espressione che affermasse un’identità curda. Da quel momento il PKK ha iniziato la sua lotta armata contro il potere centrale, creando un malessere crescente anche all’interno della stessa popolazione e dando l’occasione al governo di bollare la questione curda come un problema di terrorismo, togliendo sostanzialmente voce al suo popolo.

Zehra Doğan classe 1989, si è trovata ad essere la voce più autorevole, la sintesi iconica di queste voci silenziate.   

Lo stato manda all’aria il processo di pace proprio quando il popolo curdo ha riposto le sue speranz in un’autogestione democratica. Nella città in cui il popolo Curdo i suoi rappresentanti hanno deciso di autogestirsi, quest’atto è stato preso a pretesto per compire pesanti attacchi. Chiunqu provi a far sentire la sua voce viene imrpigionata

Nel 2016, anno del fallito colpo di stato, Erdogan dà avvio a nuovi funesti progetti e inasprisce il suo regime. Centinaia di giornalisti vengono arrestati. Giornali, tv e agenzie chiuse. Oppositori, Curdi, nessuno è al sicuro.

Immagine ripresa dall’alto della città di Nusaybin sullo sfondo, ridotta in macerie. Se quel che resta dei palazzi svettano le bandiere della Repubblica di Turchia di fronte si trovano i carri armati. Ovviamente non manca un manipolo di soldati in missione speciale

E’ qui che Zehra Dogan, travolta dalla rabbia e armata di tavoletta grafica, raffigura ciò che vede: edifici semidistrutti dalle cui finestre sventolano bandiere turche.

Nel suo quadro, Zehra Doğan rappresenta in maniera mostruosa i mezzi blindati e i soldati

Il disegno, postato su Twitter, fa il giro del mondo e la sentenza di propaganda terroristica non tarda ad arrivare: per quasi tre anni Zehra rimane in carcere, nella prigione numero 5 di Diyarbakir.

In attesa di essere processata per aver mostrato al mondo la realtà dei fatti, ha diffuso una lettera attraverso la quale traspare tutto il coraggio di chi non si piega alle discriminazioni e alle violenze subite da tutta la vita, esprimendo la ferma volontà di continuare la lotta anche dall’interno di uno dei simboli dell’oppressione.

Ho sempre cercato di esistere attraverso i miei dipinti, le mie notizie, e la mia lotta come una donna. Ora, anche se sono intrappolata tra le quattro mura, io continuo a pensare che ho fatto assolutamente il mio dovere in pieno. In questo paese, buio come la notte, dove tutti i nostri diritti sono stati incrociati con sague rosso, sapevo che stavo per essere imprigionata.

“Prigione n.5” di Zehra Doğan

Voglio ripetere l’insegnamento di Picasso: pensi davvero che un pittore è semplicemente una persona che usa il suo pennello per dipingere insetti e fiori? Nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori

E’ in questa prigione, racconta, che sono stati piantati i semi dell’efferatezza destinati al popolo curdo. All’interno di esse almeno 4000 simpatizzanti e membri del PKK hanno subìto trattamenti che difficilmente si potranno dimenticare.

Queste torture miravano a terrorizzare le popolazioni e ottenere la sottomissione.

L’identità curda doveva lasciare spazio all’assimilazione. I detenuti venivano lasciati sospesi per ore. Dopo aver gettato loro addosso acqua ghiacciata, era il turno delle manganellate. Torturati con scariche elettriche, costretti a cantare marce turche, a recitare poemi che ingannano alla turchicità, a camminare sul sale con i piedi pieni di tagli, a ingerire feci, saliva, muco, vomito. Esseri umani che per anni sono stati rinchiusi in celle in cui non entrava nemmeno un raggio di sole

Una volta al mese ci sono visite dei familiari di dieci minuti in cui è vietato parlare curdo. Una sola parola e si va alla tortura. Nelle stanze della tortura venivano portati anche i parenti dei prigionieri e una volta denudati, venivano torturati

Nonostante la mancanza di materiale, sfidando muri e divieti, in prigione Zehra continua a disegnare, i suoi lavori vengono fatti uscire clandestinamente dal carcere.

Per realizzarli, i supporti sono i più diversi: asciugamani della prigione, carta di giornale o la stagnola dei pacchetti di sigarette. Per i colori ha fatto ricorso a tutto ciò che poteva imprimere una traccia, oltre a penne a sfera, avanzi di cibo, sangue mestruale (anche delle altre prigioniere), tè e fondi di caffè e fili per ricamo. 

Zehra Doğan, “Auto-dinamica” (2017, carcere di Diyarbarik; penna a sfera, caffé, curcuma, succo di prezzemolo su giornale

Il suo fumetto, iniziato a Nusaybin sotto coprifuoco, era rimasto incompiuto.

Essendo in carcere chiese ad una sua amica, Naz Oke, con la quale era in corrispondenza, di mandarle le sue lettere usando sempre la stessa carta, lasciando vuoto il retro dei fogli. Fu così che diede inizio all’opera.

Le mie amiche della sezione femminile mi hanno aiutata parecchio in termini di materiali, motivazioni e scambio di idee. Il fatto che per mesi Naz mi abbia scritto tutti i giorni fa si che questo lavoro non appartenga solo a me. Ha trascorso un anno e mezzo aspettando le lettere e poi disegnando in segreto sul retro delle pagine e facendole uscire dalla prigione, una ad una, di nascosto

Zehra Doğan, Senza Titolo, 2017

Una prigione inscritta nella storia del paese come un luogo di persecuzione, ma anche di resistenza e di lotta del popolo curdo.

Resistenza che si evince anche dalla prima lettera che Zehra, dal carcere, manda alla sua amica Naz:

Mia cara, mia preziosa compagna,

Ho voluto scriverti prima di dormire. (…)

(…) E ora, in questa notte, una di quelle notti calde e soffocanti di Diyarbakir, distesa sul materasso che ho srotolato a terra, ti scrivo queste righe. Ho considerato la prigione una eventualità. Per questo non sono crollata quando mi hanno arrestata. (…)

Purtroppo non mi hanno dato i materiali per disegnare. Sto pensando come fare in alternativa. Per adesso, ho iniziato a scrivere racconti. Non permetto che nessuna giornata passi senza che io abbia fatto qualcosa. E’ anche per questo che non mi sono fatta prendere dalla disperazione.

Le mi amiche di cella sono belle persone. Siamo 28, dai 18 ai 50 anni. E abbiamo anche un bambino di due anni, che si chiama Robin. Noi lo chiamiamo “il piccolo Enki”, come se lui portasse la nostra rabbia antica di 5000 anni. Questo bambino è adorabile. Sua madre p stata condannata a 15 anni.

Abbiamo con noi anche una donna condannata all’ergastolo. Si chiama Sodzar. Ha 40 anni ed è in prigione da 22. Vivendo con lei, capisco meglio che la vita non si riduce tutta a me.

Ci sono anche altre madri. Ognuna di loro ha affidato i propri figli alle proprie famiglie fuori dal carcere. Ma la loro anima non smette mai di pensare a loro. Ci sono contadine, abitanti del Sur2, studentesse, sindache….tutto quello che puoi immaginare, qui c’è! Ci hanno messo tutte in questa gabbia.

Ma malgrado tutto, conserviamo alto il morale. Viviamo tutte insieme una vita in comune. Tutto quello che possediamo è in comune. E questo è quello che ci dà la forza

Il carcere è soffocante. Sembra costruito tenendo conto della psicologia umana. (…) Di verde non c’è che l’infermeria. E niente che abbia un legame con un fiore o una pianta, niente in tutta la prigione. (…) Gli anni passano qui, nella nostalgia di un solo fiore. E’ difficile descrivere la nostalgia che si può provare per un fiore…

Zehra Doğan ricorda quel periodo produttivo in carcere anche sottolineando di aver sperimentato diverse nuove tecniche di pittura, quindi si tratta anche, in un certo modo, di una crescita artistica. Anche a livello quantitativo è stato un periodo molto fruttifero: Zehra Doğan dice di aver concluso più di trecento lavori ed è riuscita a farli uscire tutti fuori dalle mura del carcere.

Il fatto che tutti questi “pezzi” abbiano potuto diventare un libro è un qualcosa di straordinario. 

“Prigione N.5è una testimonianza “in diretta” di sofferenza, di dolore, di ingiustizia ma anche di Coraggio, resistenza, amore per la verità e per la libertà. Forse per noi che viviamo nella parte fortunata del mondo è difficile comprendere appieno la vita di queste persone. Eppure questo libro ci mette di fronte a una verità che non possiamo ignorare.

Le torture efferate, la disumanità dei carcerieri, di uno stato, non appartengono a un passato relegato nei libri di storia.

Ci sono persone che hanno sopportato scioperi della fame, violenze e privazioni in nome di qualcosa che noi diamo per scontato.

“Prigione numero 5” è un libro che fa male al cuore ma apre la mente.

Le opere di Zehra Doğan riflettono la violenza sulla donna e la negazione di diritti umanitari per autodeterminazione dei popoli.

Per ciò, come donna e artista, è stata sostenuta da organizzazioni umanitarie come Amnesty International, che hanno contribuito al suo rilascio nel febbraio del 2019, e da artisti quali Ai Weiwei e Banksy,  da musei internazionali come il Drawing Center di New York o la Tate Modern di Londra.

In Italia sue opere sono visibili presso la Prometeo Gallery di Milano.

Dopo essere uscita dal carcere, Zehra Doğan ha intrapreso una attività di continua testimonianza della situazione del popolo curdo e delle minacce alle libertà civili in Turchia e può certamente essere definita come militante:

Sono categoria per ciò che disegno. Sono convinta di poter cambiare le cose con il mio disegno

In Italia, il 23 novembre 2019 ha realizzato al Museo di Santa Giulia a Brescia, la performance in memoria di Hevrin Khalaf, (1984-2019) una politica curda con cittadinanza siriana uccisa durante una operazione militare turca e il 2 agosto 2020 ha partecipato al concerto per la Siria diretto da Riccardo Muti a Paestum.

Zehra Doğan al Museo Santa Giulia a Brescia

Zehra Dŏgan parla di identità femminile e del corpo, dipingendo con sangue mestruale, urina e miscele naturali su tappeti, teli e mappe curde, uscendo consapevolmente dai tradizionali canoni occidentali.

A tal proposito dice:

In che modo il corpo è diventato una prigione per le donne quando invece dovrebbe essere considerato una parte di ciò che siamo solo una forma di possesso? Com è stato possibile trasformare la biologia in ideologia? In che modo gli esseri umani, definendo se stessi attraverso i loro corpi, si sono chiusi in norme sessiste?

Si tratta di un’arte di protesta che rivendica la libertà d’espressione ed esistenza con in immagini che mostrano la nudità del corpo con cui far risaltare ferite fisiche e psicologiche.

Per questo l’artista si serve anche del proprio corpo sia in pittura che con azioni performative in cui essa appare con le mani legate e con un vestito da sposa sui cui lunghi strascichi ha disegnato simboli calligrafici che associano definizioni di corpo femminile e violenza, definite dall’artista “parole proibite”.

Bansky, murale per Zehra Doğan a New York

Oltre a dipingere, ha lavorato anche come giornalista, «perché era inevitabile denunciare ciò che accadeva» nella sua città.

Ha lavorato per la prima agenzia di notizie del mondo fondata e gestita interamente dalle donne, la Jinha, con cui ha realizzato, tra l’altro, il servizio sulle donne Yazide impiegate come schiave sessuali dagli uomini dell’Isis.

Un’esperienza giornalistica senza precedenti che l’ha portata a svolgere il ruolo di caporedattrice. Jinha è nata nel 2012 ed è stata chiusa nel 2016, con il decreto legge numero 657, emesso dal Presidente della Repubblica Erdogan durante lo stato di emergenza. La motivazione della chiusura era stata la stessa poi rivolta a Dogan: apologia del terrorismo.

Queste accuse e queste sentenze non sono una novità in Turchia. In tempi diversi, sotto diversi governi, questo modo di mettere a tacere e punire l’opposizione è sempre esistito nella storia della giovane repubblica turca.
Negli ultimi anni, innumerevoli giornalisti, attivisti per i diritti umani, intellettuali, autori-artisti, ma anche politici di sesso maschile e femminile sono stati perseguiti, accusati e incarcerati.

Zehra Doğan ha sempre provato a denunciare le violazioni dei diritti umani nel sud est della Turchia facendo particolare attenzione alla vita delle donne curde schiacciate tra la violenza dello Stato e la cultura patriarcale.

Le idee non possono essere imprigionate. Trovano la loro strada, scivolano dentro le fessure, attraverso le finestre con le sbarre e le crepe dei muri. Evitano agili il filo spinato. Raggiungono l’esterno della prigione come rami d’edera. E, alla fine, arrivano a noi

Giulio, attivista del gruppo 028 di Amnesty Brescia

Fonti

https://www.infoaut.org/conflitti-globali/zehra-dogan-e-la-mia-mano-che-tiene-il-pennello

Prigione numero 5. Il diario dal carcere di Zehra Doğan | Arte.Go.it

Per capire e non dimenticare: breve storia del Kurdistan (peacelink.it)

Zehra Dŏgan | La psicologia dei diritti umani dell’OPL

L’arte dal carcere di Zehra Dogan, dedicata alle sorelle Mirabal, al PAC di Milano – La Città Vegetale (lacittavegetale.org)

RECENSIONE: Prigione numero 5 (Zehra Doğan) – La lettrice controcorrente

Amnesty International: “La Turchia è diventata una prigione per i giornalisti” – Amnesty International Italia

Perché i curdi sono perseguitati? Storia del conflitto con la Turchia (money.it)